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		<title>Il tempo dei forconi. Per un aggiornamento materialista</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 11:12:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gigi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Inchieste]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Composizione di classe]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
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		<description><![CDATA[di GIORGIO MARTINICO Giorni di proteste, soprattutto in Sicilia, ci hanno posto la necessità di ragionare e indagare una serie di nodi politici dirimenti al tempo della crisi globale; eccone proposti alcuni. &#160; Abbiamo imparato a conoscerli sotto le sigle di Forconi e di Forza d’urto; sono stati definiti fascisti, mafiosi, leghisti, politicanti, demagoghi, populisti, corporativi e, soprattutto, padroncini. Hanno tenuto in scacco la circolazione delle merci in Sicilia per cinque giorni – e ora tentano lo sbarco continentale; provocato 500 milioni di euro di danni “all&#8217;economia dell&#8217;isola”; organizzato decine di presidi permanenti; scatenato le più svariate reazioni. Sono ufficialmente agricoltori, piccoli imprenditori terrieri, braccianti, autotrasportatori dipendenti e autonomi, camionisti, pescatori e piccoli artigiani: una...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di GIORGIO MARTINICO</p>
<p><em>Giorni di proteste, soprattutto in Sicilia, ci hanno posto la necessità di ragionare e indagare una serie di nodi politici dirimenti al tempo della crisi globale; eccone proposti alcuni.<span id="more-1308"></span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo imparato a conoscerli sotto le sigle di <em>Forconi </em>e di <em>Forza d’urto</em>; sono stati definiti fascisti, mafiosi, leghisti, politicanti, demagoghi, populisti, corporativi e, soprattutto, <em>padroncini</em>. Hanno tenuto in scacco la circolazione delle merci in Sicilia per cinque giorni – e ora tentano lo sbarco continentale; provocato 500 milioni di euro di danni “all&#8217;economia dell&#8217;isola”; organizzato decine di presidi permanenti; scatenato le più svariate reazioni. Sono ufficialmente agricoltori, piccoli imprenditori terrieri, braccianti, autotrasportatori dipendenti e autonomi, camionisti, pescatori e piccoli artigiani: una trasversalità tale di figure del lavoro da indurre qualcuno ad agitare la bandiera del <em>pericoloso interclassismo di stampo populista</em> ad uso e consumo di soggetti sociali storicamente considerati <em>reazionari</em>.</p>
<p>Nel tentativo di fare un po&#8217; di chiarezza su una situazione che, a detta di tutti gli opinionisti più o meno casuali, è segnata da ambiguità e ambivalenze, contraddizioni e complessità, partiamo però dal dato, di incontestabile valore a mio avviso, che è quello relativo all&#8217;enorme grado/richiesta di partecipazione a cui queste proteste hanno saputo dare immediato sbocco: centinaia di migliaia di siciliani hanno preso parte ai momenti e attraversato gli spazi di questa lotta.</p>
<p>Questo dato, che preso singolarmente può voler dire poco, ci aiuterà a dare sostanza, gambe e fiato, alla nostra ipotesi su cui questo lavoro si andrà costruendo: l&#8217;ipotesi secondo cui, attraverso un minuzioso lavoro di decostruzione e analisi, si possa arrivare ad affermare il <strong><em>carattere marcatamente popolare e di massa</em></strong> di quella che i protagonisti si sono affrettati a definire una <strong><em>rivolta</em></strong>.</p>
<p>Il nostro baricentro di lavoro e inchiesta sarà, quindi, la composizione sociale dei presidi che hanno dato vita ai blocchi, in particolare riferimento a quelli costruiti a Palermo tra porto e ingressi autostradali.</p>
<p>Se, infatti, in termini di critica politica, queste proteste potrebbero facilmente condurci a ragionare su un numero elevato di spunti e nodi – dalla “questione meridionale” alle retoriche <em>sottosviluppiste</em> riproposte in salsa più sfacciatamente razzista, dai comportamenti del <em>mainstream</em> a quelli della politica istituzionale, dalle scelte alle prospettive di questo <em>movimento</em>, e via a parlarne all&#8217;infinito – ciò che qui mi interessa discutere è la facilità con cui certa sinistra ha bollato queste come le <em>rivolte dei padroncini, dei privilegiati</em>, e quindi, per l&#8217;appunto, il nodo della composizione di questa lotta.</p>
<p>Ai presidi – ci dicono – più della metà degli autotrasportatori presenti sono lavoratori autonomi, titolari di ditte più o meno piccole, e che buona parte degli agricoltori, i <em>forconi</em> veri e propri, sono coltivatori diretti, quindi anche braccianti della terra, o al massimo proprietari di piccolissime imprese agricole a gestione familiare; ma ci sono anche i titolari di imprese più grosse – ci dicono.</p>
<p>Ai presidi palermitani, questo è vero, l&#8217;anagrafe parla chiaro: la maggior parte dei partecipanti ha una età superiore ai quarant&#8217;anni. Ma non è così da altre parti.</p>
<p>Al corteo regionale di mercoledì 25 a Palermo una larghissima fetta di manifestanti sono invece giovani e giovanissimi: molti di questi non erano mai stati in vita loro nel capoluogo della regione; nulla, o quasi, la presenza di universitari fuori sede; alcuni studenti delle scuole; molti lavoratori, molti giovani disoccupati. I blocchi siciliani erano fortemente caratterizzati dalla loro presenza.</p>
<p>Già, i presidi: insieme ai blocchi dei tir, pratica fondamentale, anima di questo movimento. Piazze trasversali per età e posizione lavorativa: braccianti agricoli, coltivatori autonomi, operai, disoccupati, studenti e pensionati; e le loro famiglie, anzi, i loro paesi. Paesi resistenti, <em>comunità in lotta</em> – in questo caso lasciatemi passare questa definizione che meriterebbe ben altri approfondimenti ma che sta qui a indicare il senso di un originale rapporto tra lotta e territorio, potere di gestione e controllo – che hanno avuto la capacità di riproporre, capovolgendolo finalmente (!), il rapporto tra <em>imposizione</em> e <em>utilizzo</em> della forza. La pratica dell’imposizione della chiusura degli esercizi commerciali, criminalizzata e bollata come <em>mafiosa </em>in maniera bipartisan nel nome della legalità nella protesta, nonostante sia stata per decenni pratica consolidata del movimento operaio, è stata possibile, e legittimata, proprio per la dimensione <em>comunitaria</em> e generale di quella lotta; è sulla massificazione di pratiche radicali che sono venute pesantemente a galla differenze sia di partecipazione che di conflittualità tra piccoli e grandi centri dell’isola, tra entroterra e metropoli.</p>
<p>Abbiamo visto cortei studenteschi che in piccoli centri dell’isola hanno saputo coinvolgere praticamente tutto il mondo della scuola; abbiamo ascoltato la voce di pensionati e disoccupati a sostegno dei <em>lavoratori del paese</em>; abbiamo visto emergere un inedito tessuto solidaristico: trasversale, generale e massificato.</p>
<p>Arriviamo così a ciò che maggiormente interessa.</p>
<p>Credo si debba analizzare il fenomeno in questione secondo una duplice chiave di lettura: la prima è quella che dà ragione, pur ricollocando il tutto, ai sostenitori di un qualche carattere <em>padronale</em> della protesta e della sua composizione; la seconda relega questa visione in un proscenio temporaneo, secondario, non necessariamente determinante ai fini di un’analisi complessiva della vicenda e del palco su cui essa si è rappresentata.</p>
<p>Prima chiave: effettivamente – come sopra accennato – molti dei manifestanti presenti – forse anche i <em>più politicamente consapevoli</em> – sono titolari di medie-piccole imprese con dipendenti e operai a carico, attorno cui è facile ritagliare la veste di <em>padroncino</em>: in questo caso è effettivamente la logica della <em>preservazione</em> dei propri interessi la molla della rabbia; logica condita dalle consuete retoriche padronali a proposito del <em>comune interesse</em> di lavoratori e datori.</p>
<p>Se questo è un dato incontrovertibile, alcune specifiche vanno comunque proposte a danno di una serie di facilonerie proposte in queste settimane da <em>media</em> e <em>intelligenze sinistroidi</em>. Perché se mi basassi su queste, dipingerei involontariamente un quadro di incredibile concentrazione di potere e ricchezze da un lato, quello degli autotrasportatori, e di storico latifondismo dall’altro, quello del settore agricolo. Noi tutti sappiamo che nessuno dei due modelli regge.</p>
<p>La maggior parte dei lavoratori autonomi del settore del trasporto di merci, animali e generi alimentari, infatti, sono titolari di ditte che non contano più di una decina di dipendenti se non addirittura ditte a gestione familiare, con in dote non più di due o tre camion; molti dei<em> padroni </em>presenti ai presidi sono, da lavoratori autonomi, proprietari di un solo mezzo che, ovviamente, guidano personalmente. Storie come quelle raccontateci in quei giorni confermavano un quadro di enorme sofferenza causata dalla fase di crisi economica, dalla frantumazione e polarizzazione delle filiere commerciali oltreché dall’impossibilità cronica di competere su mercati ormai globali che, seppur – o proprio perché – liberalizzati, vedono il costituirsi di lunghe catene di subappalti e commissioni dall’alto (multinazionali) gestite a piacimento; in queste catene ben poco spazio di <em>imprenditorialità</em> e contrattazione sui prezzi viene lasciato a questi <em>lavoratori autonomi</em>: anzi, il settore dell&#8217;autotrasporto è un tipico esempio di un mercato in cui il rischio di impresa è completamente sulle spalle di queste piccole ditte o addirittura del singolo lavoratore autonomo, cioè l&#8217;ultimo anello di queste filiere globali.</p>
<p>Ciò che andrebbe ripensato è piuttosto il grado di sfruttamento sistemico al momento della circolazione delle merci per provare così a ridisegnare le gerarchie del comando e, per l’appunto, dello sfruttamento in questo campo di lavoro. Nascono, invece, da qui le istanze anti-globalizzazione portate sul palco della <em>rivolta</em> cui stiamo assistendo.</p>
<p>Diviene difficile così – se non fuorviante – generalizzare questo complesso ed eterogeneo mondo, in cui meno di 1/3 delle imprese posseggono praticamente tutti i mezzi attualmente in circolazione a livello nazionale e le altre non più di tre camion cadauna, sotto l’etichetta di <em>padroncini</em>; diviene difficile che C. (trentenne autotrasportatore autonomo, proprietario di un solo camion da lui guidato), giorno e notte presente in uno dei presidi palermitani, accetti di buon grado che qualcuno a sinistra lo definisca in tal modo; stesso discorso vale per il signor M. (sessantenne titolare di un’impresa che conta tre camion a disposizione ma che gestisce col giovane figlio) che, all’occorrenza assume temporaneamente un qualche lavoratore dipendente pescato direttamente nel suo paesino, Altofonte.</p>
<p>Quest&#8217;ultimo cenno mi offre l&#8217;occasione di ricordare rapidamente un particolare aspetto: e cioè che questi titolari di ditte non agiscono tendenzialmente in un contesto di puro libero mercato in cui attingere liberamente a quei serbatoi di forza lavoro sempre utili all’abbattimento di costi. Il lavoro, nei nostri contesti di riferimento, risponde infatti a regole sociali non ancora degradate: il titolare di una ditta di Partinico i suoi dipendenti li cerca sempre e comunque all’interno di certe sfere di contiguità (familiare, sociale, geografica) e non in un generico mercato del lavoro libero da limiti. Ciò si riflette su quei vincoli solidaristici (dall’alto verso il basso e viceversa) a cui sopra si faceva velocemente riferimento.</p>
<p>Discorso simile vale, anche se in proporzioni diverse e con alcune asimmetrie, per il mondo del lavoro agricolo. Anche lì molti imprenditori, ma soprattutto tanti coltivatori diretti titolari di imprese a gestione familiare.</p>
<p>Gli interessi in ballo restano simili a quelli che in precedenza si associavano agli autotrasportatori: impossibilità di competere su un mercato ormai globale per il bassissimo rendimento economico dei prodotti. Anche lì le catene e gli stadi vedono come ultimo anello una grande distribuzione in grado di controllare i prezzi in maniera tale che il contadino – ma discorso che vale anche per il pescatore, di cui non abbiamo finora parlato nonostante l’enorme protagonismo di questa figura – non riesca, se non aiutato dai vari finanziamenti europei ormai irreperibili, a vivere del proprio lavoro.</p>
<p>Ovviamente, e questo non può essere taciuto, in alcuni contesti territoriali (sud-est) alla mobilitazione hanno, in qualche modo, partecipato anche quegli imprenditori agricoli che più di tanti altri, a livello europeo e globale, sfruttano con tecniche da antico caporalato il lavoro migrante secondo indiscutibili logiche padronali, anzi servili.</p>
<p>Insomma, credo – mi scuso se mi ripeto &#8211; non si possa considerare minimamente esaustiva la categorizzazione delle proteste siciliane come la <em>rivolta di padroni e padroncini</em> perché non tiene minimamente in conto le trasformazioni del lavoro – che potremmo qui definire <em>frantumato</em> –, nonostante sia innegabile un certo tipo di caratterizzazione <em>interclassista</em> che ha portato inevitabilmente alla confusione di linguaggi, prospettive e rivendicazioni che gli stessi manifestanti desideravano <em>più sociali </em>e legati ai principi di una generale <strong><em>redistribuzione della ricchezza</em></strong>.</p>
<p>Seconda chiave di lettura, o meglio seconda prospettiva analitica: chi pensa che la sostanza delle mobilitazioni siciliane fosse esclusivamente legata al mondo del lavoro autonomo e/o imprenditoriale ha evidentemente preso una cantonata.</p>
<p>Anche a Palermo (potremmo qui trascrivere le testimonianze concesseci da ben altri rappresentanti dell’attuale mondo del lavoro) ma soprattutto nei centri di più piccole dimensioni, negozianti, disoccupati, lavoratori dipendenti e persino operai e braccianti agricoli hanno riempito di nuovi e più vasti significati le giornate dei <strong><em>forconi</em></strong>.</p>
<p>Sono le storie di chi si mobilita in difesa di parenti allevatori; del posto di lavoro nell’azienda del vicino di casa; sono i lavoratori di una ditta del ragusano che, contro ogni volere padronale, decidono lo stesso di fermare i camion contenenti generi alimentari facendo perdere la commissione all’impresa; sono <em>eccedenze di questo movimento</em>! Sono ciò che ha dato a questa mobilitazione un carattere di massa, anti-categoriale e anti-corporativo. Sono stati la posta in gioco di una mobilitazione che ha avuto la necessità di costruirsi un sostegno popolare ma che aveva in esso, al contempo, il suo unico possibile contrappeso interno alle svolte vertenzialistiche da vertice.</p>
<p>I due piani analitici proposti, a mio avviso, si intrecciano e trovano terreni comuni tanto sul piano della lotta alla crisi (i redditi medi non sono da dirigente) e al debito, non soltanto l’odio generalizzato verso Equitalia e Serit, ma, più in generale, contro un paradigma economico che vede tutti dover pagare aumenti dei carburanti e dei costi dei servizi nella perversa forma/arma del debito, quanto su un più ideologico, attaccamento comunitario e, in forme originali – qualcuno si mostrava addirittura convinto di doversi adeguare ad una sorta di fase <em>preinsurrezionale </em>– spirito <em>resistente</em>.</p>
<p>Tra queste due diverse composizioni restano comunque determinanti differenze da sottolineare, una in particolare: è infatti chiaro a tutti come a diversa posizione lavorativa corrisponda anche un diverso approccio alla politica. Se, infatti, è stato proprio e condiviso dalla maggioranza dei <em>rivoltosi</em> un approccio irrimediabilmente contrappositivo nei confronti della <em>politica ufficiale</em> (partiti, sindacati) – atteggiamento che ha condotto i detrattori verso l’accusa di <em>qualunquismo apolitico</em> – è importante sottolineare come ad esso vada affiancata una endemica predisposizione ideologica alla ricerca di <em>capipopolo</em> che finisce, ovviamente, per riportare alla ribalta quella piccola fetta di classe dirigente che si ricicla continuamente in questo tipo di dinamiche di massa; una vecchia classe di politici in grado di esercitare peso (individuale, non certo di tradizioni partitiche) rendendo meno evidenti scollamenti e contraddizioni tra base e vertici, ma anche con sempre meno potere contrattuale con gli “istituti del grande capitale”.</p>
<p>Ancora una volta, pare emergere un irriducibile conflitto, una determinante discrepanza tra una <em>composizione tecnica</em> ricca di interessanti fermenti ed una <em>composizione politica</em> di questo movimento che limita, blocca e riduce le potenzialità di antagonismo proprie di questi conflitti.</p>
<p>Nell’ambivalenza di ognuno dei fattori citati in questo contributo, e a giorni dall’apice toccato da queste mobilitazioni, resta comunque forte l’interesse per una dinamica sociale in grado di arricchire i nostri strumenti analitici sulle diverse risposte materiali alla crisi e come esse si traducono, per l’appunto, sul piano sociale, produttivo e politico. Così come forte resta la sensazione di avere assistito ad un originale ribaltamento di recenti <em>modelli movimentisti</em> che hanno finito per cristallizzare certe analisi materialistiche sulla fase e sulle evoluzioni del corpo sociale in relazione alle trasformazioni sistemiche; non è infatti casuale, né purtroppo di scarsa rilevanza, che proprio da <em>sinistra</em> ci siano stati forniti paradigmi interpretativi arcaici nei presupposti, rigidi nelle analisi, <em>metafisici</em> nell&#8217;intendere l&#8217;azione politica rivoluzionaria come una sorta di attesa messianica di movimenti sociali perfetti e guidati da soggetti <em>eletti.</em></p>
<p>Mobilitazioni incubate in alto, fatte esplodere in basso, diffusesi in orizzontale in maniera così capillare che è stato, e sarà, difficoltoso recuperarne tutti i pezzi.</p>
<p>Questo è quel che vi ho visto.</p>
<p>Questa è la crisi!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* Giorgio Martinico fa parte del Collettivo Universitario Autonomo di Palermo</p>
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		<title>Algunas notas para la revolución europea</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 09:50:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Español]]></category>
		<category><![CDATA[Saggi]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento]]></category>

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		<description><![CDATA[di OBSERVATORIO METROPOLITANO Da una infinità di posizioni sociali, economiche e soggettive ci muoviamo per costituire il primo movimento europeo contro la crisi: 15M in Spagna, movimento delle piazze in Grecia, indignados in quasi tutti i paesi europei. &#160; → Download PDF: Algunas notas para la revolución europea &#160; Un estratto dal libro: Observatorio Metropolitano, People of Europe Rise Up! Crisis y revolución en Europa (Madrid: Traficantes de Sueños 2011). Vedi anche: www.observatoriometropolitano.org]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di OBSERVATORIO METROPOLITANO</p>
<p>Da una infinità di posizioni sociali, economiche e soggettive ci muoviamo per costituire il primo movimento europeo contro la crisi: 15M in Spagna, movimento delle piazze in Grecia, <em>indignados</em> in quasi tutti i paesi europei.<span id="more-1295"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>→ Download PDF: <a href="http://uninomade.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/Algunas-notas-para-la-revolución-europea.pdf">Algunas notas para la revolución europea</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un estratto dal libro: Observatorio Metropolitano, <em><a href="http://traficantes.net/index.php/content/download/28371/263126/file/crisis_y_revolucion.pdf">People of Europe Rise Up! Crisis y revolución en Europa</a> </em>(Madrid: Traficantes de Sueños 2011). Vedi anche: <a href="http://www.observatoriometropolitano.org/">www.observatoriometropolitano.org</a></p>
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		<title>Libertà per il movimento No Tav &#8211; Freedom for No Tav</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 22:49:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appelli]]></category>
		<category><![CDATA[English]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento]]></category>

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		<description><![CDATA[All’alba del 26 gennaio, su ordine della Procura della Repubblica di Torino, è scattata in molte città italiane una retata contro il movimento No Tav: una quarantina di persone sono state colpite da provvedimenti cautelari e sono attualmente in carcere o agli arresti domiciliari. →  FIRMA L&#8217;APPELLO   &#124;   SIGN THE PETITION  ← Come già successo più volte nel recente passato, si fa ricorso a misure preventive e liberticide. Da 22 anni il Movimento No Tav si batte contro la costruzione di un’opera costosa e inutile, è animato dalla quotidiana partecipazione di decine di migliaia di persone che vivono nella Val di Susa, è riuscito a guadagnare consenso e supporto generalizzati, perché rappresenta una lotta per...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All’alba del 26 gennaio, su ordine della Procura della Repubblica di Torino, è scattata in molte città italiane una retata contro il movimento No Tav: una quarantina di persone sono state colpite da provvedimenti cautelari e sono attualmente in carcere o agli arresti domiciliari.</p>
<p style="text-align: center;">→  <a href="http://www.petizionionline.it/petizione/liberta-per-il-movimento-no-tav/6187">FIRMA L&#8217;APPELLO</a>   |   <a href="http://www.petitiononline.com/movnotav/petition.html">SIGN THE PETITION</a>  ←<span id="more-1288"></span></p>
<p>Come già successo più volte nel recente passato, si fa ricorso a misure preventive e liberticide.</p>
<p>Da 22 anni il Movimento No Tav si batte contro la costruzione di un’opera costosa e inutile, è animato dalla quotidiana partecipazione di decine di migliaia di persone che vivono nella Val di Susa, è riuscito a guadagnare consenso e supporto generalizzati, perché rappresenta una lotta per i beni comuni e per una democrazia radicale. Con l’aggravarsi della crisi economica, il movimento contro il Tav è diventato un punto di riferimento.</p>
<p>Alla luce di tutto questo, denunciamo e respingiamo l’operazione della Procura della Repubblica di Torino e i suoi chiari obiettivi di intimidazione del movimento. Invitiamo tutti coloro che difendono i beni comuni e i valori della libertà a prendere posizione, esprimendo la propria vicinanza e solidarietà al movimento No Tav. Chiediamo l’immediata scarcerazione degli arrestati e la fine di tutte le misure cautelari.</p>
<p style="text-align: center;"> - &#8211; - -</p>
<p>At sunrise on January 26th, at the behest of the Public Prosecutor&#8217;s Office of Turin, a manhunt was started in many Italian cities against the No TAV movement: around 40 people were served precautionary measures and are currently in prison or under house arrest. As it has already happened many times in the past, preventative measures are used to limit freedom.</p>
<p>The No TAV movement has fought for 22 years against the construction of an expensive and useless project, it is animate by the daily participation of tens of thousands of people who live in the Val Susa valley and it has been able to win generalized consensus and support because it represents a struggle for the common and radical democracy. With the worsening of the economic crisis, the No TAV movement has become a reference point for all.</p>
<p>We therefore denounce and reject the operation of the Prosecutor&#8217;s Office of Turin and its clear goal to intimidate this social movement. We invite all those who defend the common and the values of freedom to take a stance against this act, expressing their solidarity with the No TAV movement. We demand the immediate release of all prisoners and the end to all preventative measures.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La legge del valore nel passaggio dal capitalismo industriale al nuovo capitalismo</title>
		<link>http://uninomade.org/la-legge-del-valore-nel-passaggio-dal-capitalismo-industriale-al-nuovo-capitalismo/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 13:29:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Saggi]]></category>
		<category><![CDATA[Capitalismo cognitivo]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Operaismo]]></category>

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		<description><![CDATA[di CARLO VERCELLONE Lo scopo di quest’articolo è di caratterizzare, nel quadro teorico post-operaista, il senso logico e storico della marxiana legge del valore, nel passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo.In questa prospettiva, l’analisi si svilupperà in tre stadi. Nel primo si proporrà di precisare cosa bisogna intendere per legge del valore/tempo di lavoro e in cosa consiste la sua articolazione alla legge del plusvalore di cui è una variabile dipendente e storicamente determinata. In riferimento a questa articolazione utilizzeremo la nozione di legge del valore/plusvalore. Nel secondo e nel terzo stadio, l’attenzione sarà focalizzata sulle principali dinamiche che spiegano la forza progressiva della legge del valore/plusvalore nel capitalismo industriale, quindi la sua crisi nel...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di CARLO VERCELLONE</p>
<p>Lo scopo di quest’articolo è di caratterizzare, nel quadro teorico post-operaista, il senso logico e storico della marxiana legge del valore, nel passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo.<span id="more-1279"></span>In questa prospettiva, l’analisi si svilupperà in tre stadi. Nel primo si proporrà di precisare cosa bisogna intendere per <em>legge del valore/tempo di lavoro</em> e in cosa consiste la sua articolazione alla legge del plusvalore di cui è una variabile dipendente e storicamente determinata. In riferimento a questa articolazione utilizzeremo la nozione di <em>legge del valore/plusvalore</em>. Nel secondo e nel terzo stadio, l’attenzione sarà focalizzata sulle principali dinamiche che spiegano la forza progressiva della <em>legge del valore/plusvalore</em> nel capitalismo industriale, quindi la sua crisi nel capitalismo cognitivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>1. </strong><strong>Due principali concezioni della legge del valore-lavoro</strong></p>
<p><strong></strong>Nella tradizione marxista coabitano, come rileva Negri (1992), due concezioni della teoria del valore. La prima insiste sul problema quantitativo della determinazione della grandezza del valore. Essa considera il tempo di lavoro come il criterio di misura del valore delle merci. E’ quella che chiamiamo la teoria del <em>valore tempo di lavoro</em>. Questa concezione è ben definita, per esempio, da Paul Sweezy, quando afferma che in una società mercantile-capitalistica “<em>il lavoro astratto è astratto soltanto nel senso, dichiarato nettamente, che sono ignorate tutte le caratteristiche speciali che differenziano un genere di lavoro dall’altro. In definitiva, l’espressione lavoro astratto, come risulta chiaramente dallo stesso uso che ne fa Marx, equivale a lavoro in generale; è ciò che è comune a ogni attività produttiva umana</em>”  (Sweezy, 1970, p. 35). In questa visione, la legge del valore è concepita essenzialmente come une legge astorica della misura e dell’equilibrio che regge l’allocazione delle risorse. La nozione di lavoro astratto diviene quasi una categoria naturale, una semplice astrazione mentale, libera da tutte le caratteristiche che, dall’alienazione mercantile all’espropriazione dell’atto del lavoratore, ne fanno una categoria specifica del capitalismo. Abbiamo qui un approccio più ricardiano che marxiano alla teoria del valore-lavoro, la cui genealogia rinvia a un ipotetico modo di produzione mercantile semplice per estendersi in seguito al capitalismo.</p>
<p>La seconda concezione insiste sulla dimensione qualitativa del rapporto di sfruttamento su cui riposa il rapporto capitale-lavoro, rapporto che presuppone la trasformazione della forza-lavoro in merce fittizia. E’ quella che si può chiamare <em>teoria del valore/plusvalore</em>. Essa concepisce il lavoro astratto come sostanza e fonte del valore in una società capitalistica retta dallo sviluppo delle relazioni mercantili e dal rapporto antagonistico capitale-lavoro. Notiamo, a tal proposito, che in Marx la legge del valore-lavoro è concepita direttamente in funzione della legge del plusvalore e non ha nessuna autonomia rispetto a quest’ultima, cioè alla legge dello sfruttamento. A tal proposito, la stessa scelta molto controversa di Marx, nel primo capitolo del libro I del <em>Capitale</em>, di partire dall’analisi della merce, non ha nulla a che vedere con l’ipotesi di una società mercantile semplice che avrebbe preceduto il capitalismo. Deriva, invece, dalla necessità di mostrare come la trasformazione della forza-lavoro in una merce fittizia &#8211; e dunque l’articolazione fra il suo valore di scambio e il suo valore d’uso (il lavoro stesso) &#8211; spieghi il mistero dell’origine del profitto. Insomma, in Marx non c’è nessun feticismo riguardante <em>la legge del valore/tempo di lavoro</em>, in quanto legge dello scambio di equivalenti, che ne farebbe una sorta di invariante strutturale del funzionamento dell’economia. Al contrario, la legge del valore-plusvalore deve essere qui pensata, innanzitutto sul piano macroeconomico dell’opposizione fra capitale sociale e lavoratore collettivo e non come una problematica della determinazione della misura del valore delle merci individuali. Questa lettura – ci sembra – è tanto più pertinente in quanto, come osserva Hai Hac “<em>il capitale è indifferente al valore delle merci che produce, poiché ciò che gli interessa è solo il plusvalore di cui il valore è portatore. Inoltre, nella misura in cui il plusvalore cresce con lo sviluppo della forza produttiva del lavoro sociale, il valore decresce in ragione dello stesso movimento, c’è dunque uno stesso processo che abbassa il valore delle merci ed eleva il plusvalore che esso contiene</em>” (Hai Hac, p. 265, Tome I).</p>
<p>A partire da questa seconda concezione, nel prosieguo di questo articolo, ci proponiamo di caratterizzare la genesi e il dispiegamento storico della <em>legge del valore/plusvalore</em>, poi il senso e le poste in gioco della sua crisi in un’economia fondata sul ruolo motore del sapere e della sua diffusione.</p>
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<p><em>Dalla legge del plusvalore alla legge del valore fondato sul tempo di lavoro</em></p>
<p>Cominciamo dunque con il definire la legge del plusvalore. Essa esprime in effetti la razionalità economica del capitalismo nella sua massima essenza, indipendentemente dalla sua forma storicamente determinata: quella di essere un sistema orientato verso l’accumulazione illimitata del capitale. Ritroviamo questa idea nella celebre formula generale del <em>Capitale</em> di Marx (D-M-D’), in cui la valorizzazione del capitale è un processo che non conosce limiti nella misura stessa in cui il suo obbiettivo non è né il consumo né il valore d’uso, ma l’accumulazione della ricchezza astratta rappresentata dal denaro. La merce e la produzione sono per il capitale dei meri strumenti per raggiungere questo scopo, cioè l’accumulazione del denaro in quanto tale, e ciò al fine di aumentare incessantemente il potere di comando che il denaro gli conferisce sulla società e sul lavoro (fonte e sostanza del valore), permettendogli di appropriarsi (in modo diretto o indiretto) di un plusvalore.</p>
<p>In questo senso, seguendo A. Negri (1979 &amp; 1996), si può affermare che la legge del plusvalore si presenta di primo acchito e in modo indissociabile <em>come una legge dello sfruttamento e dell’antagonismo</em>. Essa è anteriore e precede, da un punto di vista sia logico che storico, la legge del valore che fa del tempo di lavoro astratto la misura del lavoro e del valore delle merci. Quest’ultima è solo un sottoprodotto e una variabile dipendente della legge del plusvalore. L’origine e il senso storico della <em>legge del valore/ tempo di lavoro</em> sono strettamente legati alla configurazione del rapporto capitale-lavoro che si sviluppa con la rivoluzione industriale. E’ in questa congiuntura storica che la razionalità economica del capitale, cioè la legge del plusvalore, assume in effetti il controllo diretto e afferma la sua presa tanto sulla sfera della produzione che su quella dei bisogni, dando impulso progressivamente a una logica di produzione/consumo di massa di merci<strong>.  </strong></p>
<p>In questo quadro, <em>la legge del valore/tempo di lavoro</em> si afferma, (prima ancora che l’economia politica dei classici elabori la teoria del valore-lavoro), come l’espressione concreta di una pratica gestionale di «razionalizzazione» della produzione e di astrazione del contenuto stesso del lavoro, che ha fatto del tempo dell’orologio, poi del cronometro, i mezzi per eccellenza per quantificare il valore economico scaturito dal lavoro, prescriverne i modi operativi e aumentarne la produttività. L’omogeneizzazione del lavoro che risulta dalla sua scomposizione in compiti elementari si presenta in effetti, all’interno delle imprese, come il mezzo congiunto del suo controllo e del calcolo economico. Essa permette di ottimizzare il rapporto fra l’<em>input</em> e l’<em>output</em> misurati in tempi di lavoro “uomini e macchine”, pagando, come sottolineava già Babbage, il salario più basso per ogni mansione. Allo stesso tempo<em>, la legge del valore/tempo di lavoro</em> assicura, in funzione del tempo di <em>lavoro socialmente necessario</em>, la regolazione <em>a posteriori</em> dei rapporti di concorrenza legati all’attività decentralizzata di unità produttive indipendenti le une dalle altre.</p>
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<p><strong>2. </strong><strong>Razionalità economica del capitale e legge del valore-plusvalore nel capitalismo industriale</strong></p>
<p><strong></strong>Su questa base siamo dunque in grado di caratterizzare con una certa precisione ciò che si può chiamare la razionalità economica della<em> legge del valore/plusvalore</em> che ha segnato lo sviluppo <em>del capitalismo industriale</em>.</p>
<p>Su un piano generale, questa razionalità economica riposa su una concezione produttivistica e puramente quantitativa della crescita della produzione e della produttività. Può essere definita come una logica che consiste nel fabbricare e vendere merci allo scopo di massimizzare il profitto producendo sempre di più, con meno ore di lavoro e con meno capitale<em> </em>(Gorz, 1989)<em>. </em>Per questo, come notava già Marx nei <em>Grundrisse</em>, “<em>Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo: da una parte, si sforza di ridurre il tempo di lavoro [necessario alla produzione delle merci] a un minimo, e dall’altra pone il tempo di lavoro come la sola fonte e la sola misura della ricchezza</em>”. (Marx, 1980, p.194). Insomma, è lo sviluppo stesso della razionalità della <em>legge del valore/plusvalore</em> che, spingendo al limite la propria logica, conduce in modo endogeno al suo esaurimento e alla crisi.</p>
<p>Ma più precisamente, per concetto di razionalità economica della <em>legge del valore/plusvalore</em> bisogna intendere due dimensioni complementari (due dimensioni il cui esaurimento sta al cuore della crisi attuale).</p>
<p>La prima dimensione designa la legge del valore, pensata come il rapporto sociale che fa della logica della merce e del profitto il criterio chiave e progressivo dello sviluppo della ricchezza sociale e della soddisfazione dei bisogni. Notiamo che questa logica presenta, su più piani, un’ambivalenza economica, sociale e politica essenziale, un’ambivalenza che, come notava A. Gorz (1988), ha nutrito l’ideologia del progresso del capitalismo industriale permettendogli di ottenere anche l’adesione da parte di settori consistenti del movimento operaio e socialista, a prezzo dell’abbandono di ogni critica della divisione capitalistica del lavoro e dell’alienazione nella sfera del lavoro e dei bisogni. In cosa consiste questa ambivalenza?</p>
<p>Consiste nel fatto che la diminuzione continua del tempo di lavoro necessario alla produzione di massa di merci materiali, dunque il calo del loro valore unitario, ha potuto in effetti presentarsi come lo strumento che permetteva di «liberare l’umanità della scarsità» soddisfacendo in tal modo una massa crescente di bisogni, poco importa se veri o superflui. Questo aspetto «progressivo» della razionalità del capitale si presentava anche, almeno in potenza<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>, come il mezzo per ridurre gradualmente il tempo di vita dedicato al lavoro salariato a un minimo. In tale logica è presente, insomma, una dimensione <em>utopica</em>  –lo sviluppo delle forze produttive come strumento di lotta contro la scarsità­–  su cui il capitalismo industriale ha potuto edificare una sorta di legittimità storica, i cui fondamenti saranno tuttavia profondamente destabilizzati nel capitalismo cognitivo.</p>
<p><em> </em>La seconda dimensione della razionalità economica della <em>legge del valore/plusvalore</em> concerne la sua applicazione all’organizzazione della produzione. In essa si rinviene l’origine della norma che, nel senso di Marx, fa del tempo di lavoro astratto, misurato in unità di lavoro semplice, non qualificato, la sostanza del valore delle merci e lo strumento congiunto di valutazione, controllo e prescrizione del lavoro. Per comprendere l’instaurazione e l’approfondimento progressivo di questa norma occorre partire dall’incertezza strutturale che caratterizza lo scambio capitale-lavoro. L’acquisto e la vendita della forza-lavoro ruotano, in effetti, sulla messa a disposizione di una quantità di tempo e non sul lavoro effettivo dei salariati. Tale aspetto dell’analisi marxiana<a title="" href="#_ftn2">[2]</a> è espresso in maniera estremamente consona da P. Virno (2008) mediante la distinzione fra il concetto di <em>potenza</em> e quello di <em>atto</em>. Ciò permette di comprendere due ordini di ragioni essenziali per cui i rapporti di sapere e di potere, che si annodano intorno all’organizzazione della produzione costituiscono un elemento essenziale dell’antagonismo capitale-lavoro. Il primo si esplica nella facoltà di controllare l’intensità e la qualità del lavoro da parte di coloro che, detenendo conoscenza e <em>savoir-faire</em>, possono dettare i tempi e le modalità operative. Il secondo consiste nel fatto che quanti detengono <em>le potenze intellettuali della produzione</em> possono egualmente aspirare a gestirne la regolazione collettiva, cioè a definire l’organizzazione del lavoro come le finalità sociali della produzione.</p>
<p>Siamo in presenza di una posta in gioco centrale che sta già al cuore della riflessione dei primi grandi teorici della rivoluzione industriale, come Ure e Babbage. Questa riflessione sarà ripresa e sistematizzata da Taylor confrontandosi con il potere della composizione di classe dell’operaio professionale nelle industrie motrici della seconda rivoluzione industriale. Taylor, pur riconoscendo che il «sapere è il bene più prezioso» di cui dispongono gli operai di fronte al capitale, ne farà il bersaglio esplicito nella sua analisi delle loro pratiche sistematiche di rallentamento della produzione. Ne dedurrà la necessità di far emergere ed espropriare gli operai delle loro <em>conoscenze tacite</em>, per convertirle, mediante lo studio dei tempi e dei movimenti, in un sapere codificato detenuto dal management e rinviato ai salariati, sotto forma di prescrizione stretta dei tempi e delle procedure operative. Taylor penserà di aver così posto le basi irreversibili di un’<em>organizzazione scientifica del lavoro</em> che sopprima ogni incertezza sull’esecuzione del contratto di lavoro, garantendo al capitale la pianificazione <em>ex ante</em> della<em> legge del valore-plusvalore.</em><em> </em>In tal modo, nella fabbrica taylorista, la misura del lavoro e della produttività, così come il volume e il valore della produzione, erano, in via di principio, programmati e conosciuti in anticipo dagli ingegneri degli uffici tempi e metodi. L’insieme di questi indicatori poteva, così, essere ricondotto a un’unità nota e omogenea di calcolo in termini di tempo che forniva anche un indicatore abbastanza preciso del tasso di sfruttamento. La norma industriale del tempo di lavoro astratto incarnava, inoltre, l’utopia capitalistica e manageriale di un’organizzazione produttiva capace di privare il lavoro di ogni autonomia e di ogni dimensione cognitiva. Si poteva ritenere di trasformarla nel suo contrario, cioè in un’attività in via di principio puramente meccanica, ripetitiva, impersonale e totalmente asservita alla scienza incorporata nel capitale fisso. Abbiamo qui la tendenza che Marx caratterizza come logica della sussunzione reale del lavoro al capitale. Tuttavia questa tendenza, che ha trovato per molti aspetti il suo compimento storico nei modelli di crescita fordista e della grande impresa manageriale, resterà sempre imperfetta. Un nuovo tipo di sapere tenderà incessantemente a ricostituirsi al livello più elevato di sviluppo della divisione tecnica e sociale del lavoro.</p>
<p>Si osservi che Marx stesso aveva ben identificato l’esasperazione dei conflitti sui rapporti di sapere/potere e sul controllo delle potenze intellettuali della produzione, di cui era portatrice la logica della sussunzione reale, quando in un celebre passo del primo libro del <em>Capitale</em> notava: “<em>Per la grande industria diventa questione di vita o di morte sostituire quella mostruosità che è una miserabile popolazione operaia disponibile, tenuta in riserva per il variabile bisogno di sfruttamento del capitale, la disponibilità assoluta dell’uomo per il variare delle esigenze del lavoro; sostituire all’individuo parziale, mero veicolo di una funzione sociale di dettaglio, l’individuo totalmente sviluppato, per il quale le differenti funzioni sociali sono modi di attività che si danno il cambio l’uno con l’altro”</em> (<em>Il Capitale</em>, ed. Rinascita, Roma 1956, libro I, 2, cap. 13, p. 201).</p>
<p>Nella congiuntura storica che ha portato alla crisi del fordismo, questa dinamica si è espressa attraverso i conflitti che hanno condotto alla formazione di un’<em>intellettualità diffusa</em> e allo sviluppo dei servizi collettivi del <em>Welfare</em> (sanità, educazione, ricerca) al di là delle compatibilità della regolazione fordista. Sono state così poste le condizioni alla base del decollo di un’economia fondata sul ruolo motore del sapere e sulla sua diffusione.</p>
<p>Bisogna sottolineare a tal proposito un punto essenziale per caratterizzare in modo adeguato la genesi e la natura del capitalismo cognitivo. La messa in opera di un’<em>economia fondata sulla conoscenza </em>precede e si oppone, da un punto di vista tanto logico quanto storico, alla formazione del capitalismo cognitivo. Quest’ultimo è il risultato di un processo di ristrutturazione mediante il quale il capitale tenta di assorbire e sottomettere, in modo parassitario, le condizioni collettive della produzione delle conoscenze, soffocando il potenziale di emancipazione iscritto nella società del <em>general intellect</em>. Per capitalismo cognitivo si intende allora, il passaggio del capitalismo industriale a una nuova fase del capitalismo, in cui la dimensione cognitiva e immateriale del lavoro diventa dominante dal punto di vista della creazione di valore e della competitività delle aziende. In questo quadro la posta in gioco centrale della valorizzazione del capitale e delle forme della proprietà poggia direttamente sull’appropriazione <em>rentière</em> del <em>comune</em> e sulla trasformazione della conoscenza in una merce fittizia (Negri e Vercellone, 2008).</p>
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<p><strong>3.    </strong><strong>La crisi della <em>legge del valore-plusvalore </em>nel capitalismo cognitivo</strong></p>
<p>La trasformazione maggiore che, dalla crisi del fordismo in poi, segna una uscita dal capitalismo industriale si trova proprio nel ritorno in forza della dimensione cognitiva e intellettuale del lavoro. Va notato che questa ascesa del lavoro cognitivo è lungi dall’essere appannaggio di una élite di lavoratori della ricerca e sviluppo (R&amp;D) o dei settori ad alta intensità di conoscenze e informazione. Essa si manifesta in ogni attività produttiva, materiale o immateriale (due dimensioni d’altronde spesso inestricabili); riguarda altresì quelle a debole intensità tecnologica, come mostra la crescita degli indicatori di autonomia del lavoro e la diffusione delle funzioni di produzione di conoscenze e di trattamento dell’informazione nell’insieme dell’economia.</p>
<p>Certo, esistono delle controtendenze; la storia non è un processo lineare, ma procede per accavallamenti e ibridazioni. Così la tendenza verso una nuova organizzazione cognitiva della produzione non segna, <em>ipso facto</em>, la fine del taylorismo, neppure nel campo del lavoro intellettuale. Il capitale si sforzerà sempre di limitare il più possibile il controllo reale esercitato dai lavoratori sul loro lavoro. Nel nuovo capitalismo, differenti modelli produttivi continueranno a coesistere e intrecciarsi. Nondimeno, come mostra la recente inchiesta condotta sulle condizioni di lavoro in Europa dall<em>’European Foudantion </em><em>for the Improvement of Living and Working Conditions</em>, è la forma di organizzazione cosiddetta di tipo intelligente (<em>Learning Organisation</em>) che svolge sempre più un ruolo egemonico rispetto ad altri modelli produttivi (Merllié et Paoli 2001).</p>
<p>Più in generale, questa evoluzione corrisponde, nelle imprese come nella società, all’affermazione di una nuova preponderanza qualitativa delle conoscenze viventi, incorporate e mobilitate dai lavoratori, rispetto ai saperi formalizzati, incorporati nel capitale fisso e nell’organizzazione manageriale delle ditte. Essa è strettamente associata a una serie di tendenze che segnano la crisi della <em>legge del valore/plusvalore</em> e a quello che chiamiamo «il divenire rendita del profitto».</p>
<p><em>Che cosa bisogna intendere per crisi della legge del valore?</em></p>
<p>Tale crisi si presenta, in primo luogo, come una perdita di pertinenza delle categorie fondamentali dell’economia politica del capitalismo industriale: il capitale, il lavoro e beninteso il valore. Fondamentalmente, essa corrisponde all’esaurimento di quelle due dimensioni della razionalità economica della <em>legge del valore/plusvalore</em> su cui, come abbiamo visto, il capitalismo industriale aveva potuto affermare il suo dominio sul lavoro e trovare una sorta di legittimità storica, come strumento di lotta contro la scarsità.</p>
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<p><strong><em>3.1. </em></strong><strong><em>Esaurimento della razionalità economica del capitale e dissociazione del valore dalla ricchezza</em></strong></p>
<p><strong><em></em></strong>La prima dimensione<strong> </strong>corrisponde dunque all’esaurimento della <em>legge del valore/tempo di lavoro</em> pensata come criterio di «razionalizzazione» capitalistica della produzione che fa della norma del lavoro astratto, misurato in unità di lavoro semplice, non qualificato, lo strumento congiunto della valutazione e della sussunzione reale del lavoro al capitale. L’aumento di potenza della dimensione cognitiva del lavoro determina, in questo senso, una doppia crisi della legge del valore.</p>
<p><em>Una crisi della misura</em>, poiché il lavoro cognitivo è un’attività che si sviluppa sull’insieme dei tempi di vita<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>. Il tempo passato e certificato nell’impresa è in genere solo una frazione del tempo sociale effettivo di lavoro. Nel nuovo capitalismo, la fonte principale della creazione del valore si colloca, in effetti, sempre più a monte o a valle della sfera della produzione diretta e dell’universo delle imprese. In questo quadro, non solo le modalità di organizzazione del lavoro sono sempre meno prescrivibili, ma le fonti della competitività dipendono in misura crescente da una cooperazione sociale produttiva che si sviluppa all’esterno dei confini aziendali. Ne risulta inoltre che il profitto, come la rendita, riposa sempre più su meccanismi di appropriazione del plusvalore effettuati a partire da un rapporto di esteriorità del capitale rispetto all’organizzazione della produzione.</p>
<p><em>Una crisi del controllo</em>, poiché l’incontro fra l’intellettualità diffusa e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione fa della riappropriazione collettiva del lavoro e dei mezzi di produzione una prospettiva di nuovo plausibile, generando potenzialmente conflitti relativi all’autodeterminazione stessa dell’organizzazione del lavoro e delle finalità sociali della produzione. Per questo, in molte attività produttive, il modello taylorista della prescrizione delle mansioni cede il posto a quello della <em>prescrizione della soggettività.</em> Nel contempo, come per la produzione di valore, il controllo sul lavoro si sposta sempre più a valle e a monte dell’atto produttivo stesso, facendo del controllo totale del tempo e dei comportamenti dei salariati la posta in gioco centrale. Esso si concretizza nella moltiplicazione di tutta una panoplia di strumenti di valutazione della soggettività del lavoratore e della sua conformità ai valori dell’impresa, inducendo spesso quelle che in psicologia si chiamano ingiunzioni paradossali<a title="" href="#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p>La seconda dimensione rinvia alla crisi della legge del valore pensata come il rapporto sociale che fa della logica della merce e del profitto il criterio chiave e progressivo dello sviluppo della ricchezza sociale e della soddisfazione dei bisogni. Questa crisi si esprime con un divorzio crescente fra la logica del <em>valore</em> e quella della <em>ricchezza</em>. Per meglio comprendere il senso di questa affermazione, occorre ricordare, come per Marx (ma anche per Ricardo), il valore delle merci dipenda dalle difficoltà della produzione e dunque del tempo di lavoro. Il concetto di <em>valore</em> è dunque completamente differente dal concetto di <em>ricchezza</em>, che invece dipende dall&#8217;abbondanza, dal valore d&#8217;uso (non dal valore di scambio) e dunque dalla gratuità. Orbene, la logica capitalistica della produzione mercantile aveva trovato, come si è visto, nel capitalismo industriale, una sorta di legittimità storica nella capacità di sviluppare la ricchezza, producendo sempre più merci con meno lavoro, dunque con prezzi unitari sempre più bassi, consentendo di soddisfare una massa crescente di bisogni. Invece, nel capitalismo cognitivo, quel legame positivo fra valore e ricchezza, fra produzione mercantile e soddisfazione dei bisogni, è spezzato. Ciò significa che la legge del valore, sopravvive ormai come una specie di involucro svuotato di quella che Marx considerava la funzione progressiva del capitale, vale a dire lo sviluppo delle forze produttive come strumento di lotta contro la scarsità, che avrebbe permesso nel lungo periodo di favorire il passaggio dal <em>regno della necessità</em> al <em>regno della libertà</em>. <em></em></p>
<p>Numerose evoluzioni del capitalismo cognitivo illustrano questa<em> dissociazione del valore dalla ricchezza<a title="" href="#_ftn5">[5]</a></em> che esprime, in ciò che vi è di più essenziale, la perdita progressiva di forza della legge del plusvalore e dell’impossibilità di ristabilirvi intorno una qualche dialettica lotte-sviluppo. Esse rinviano alla contraddizione fondamentale fra la logica di valorizzazione del capitalismo cognitivo e quella intrinsecamente non mercantile dell’economia della conoscenza.</p>
<p>Notiamo che questa<em> </em>contraddizione affonda le radici nelle proprietà particolari del <em>bene comune</em> conoscenza e nel suo carattere irriducibile allo statuto di merce e di capitale. In confronto ai beni classici, le particolarità del bene comune conoscenza consiste, in effetti, nel suo carattere non rivale, difficilmente escludibile e cumulativo. A differenza dei beni materiali, essa non si distrugge nel consumo. Anzi, si arricchisce quando circola liberamente fra gli individui. Ogni nuova conoscenza genera un’altra conoscenza, secondo un processo cumulativo. Per tal motivo l&#8217;appropriazione privativa della conoscenza è realizzabile solo stabilendo barriere artificiali al suo accesso. Questo tentativo si scontra però con ostacoli maggiori. Essi riguardano tanto l&#8217;esigenza etica degli individui, quanto il modo per cui l&#8217;uso delle tecnologie informatiche e comunicative rende sempre più difficile l&#8217;esecuzione dei diritti di proprietà intellettuale. D’altronde, il tentativo di trasformare la conoscenza in una merce fittizia genera una situazione paradossale, una situazione in cui più il valore di scambio della conoscenza aumenta artificialmente, più il suo valore d&#8217;uso diminuisce, per il fatto stesso della sua privatizzazione e rarefazione. Insomma, il capitalismo cognitivo può riprodursi solo ostacolando le condizioni oggettive e le facoltà creatrici degli agenti alla base dello sviluppo di un’economia fondata sul sapere e la sua diffusione.</p>
<p>Osserviamo più in generale che per molteplici beni ad alta intensità di conoscenza (software, beni culturali digitalizzati, farmaci, ecc.), i tempi di lavoro e dunque i costi di riproduzione sono molto bassi, talvolta tendenti a zero. Di conseguenza il valore-tempo di lavoro di queste merci dovrebbe tradursi in una diminuzione drastica dei loro prezzi, del valore monetario della produzione e dei profitti associati. Per il capitale diventa allora strategico mettere in opera una politica di rafforzamento dei diritti di proprietà intellettuale, che consenta di costruire artificialmente una scarsità di risorse. Il capitale è così indotto sempre più a sviluppare nuovi meccanismi di rarefazione dell’offerta, nel tentativo di mantenere forzosamente il primato del valore di scambio e salvaguardare i profitti. Tale logica è une delle espressioni principali del <em>divenire rendita del profitto</em>. Ne deriva una situazione che contraddice i principi stessi sui quali i padri fondatori dell&#8217;economia politica giustificavano la proprietà come strumento di lotta contro la scarsità. Ormai è la creazione della proprietà a far comparire la scarsità. In un certo senso, si può dunque affermare che è il tentativo stesso di mantenere forzosamente in vigore il primato della logica della merce e del valore di scambio, che conduce il capitale a tentare di emanciparsi dalla <em>legge del valore/tempo di lavoro</em>. Si apre una contraddizione sempre più acuta fra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell&#8217;appropriazione, che costituisce una delle maggiori manifestazioni della crisi della legge del valore nell’epoca del capitalismo cognitivo. Questa contraddizione è associata alla forte crescita di forme di captazione del valore fondate sulla rendita.</p>
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<p><strong><em>3.2. </em></strong><strong><em>Capitale immateriale e produzioni dell’uomo per l’uomo: oltre la forma-valore</em></strong></p>
<p>L’esaurimento della razionalità della <em>legge del valore/plusvalore</em> implica d’altronde altre manifestazioni cruciali che testimoniano la profondità della crisi del capitalismo e del suo divorzio dai bisogni sociali.</p>
<p>Una prima manifestazione concerne il ruolo crescente del capitale cosiddetto immateriale, che rappresenta ormai la parte più considerevole della capitalizzazione borsistica. Orbene, questo capitale, chiamato immateriale, sfugge anch’esso a qualsiasi misura oggettiva in termini di «costi storici» (e dunque in termini di tempo di lavoro necessario alla sua produzione). Il suo valore non può essere che l’espressione della valutazione soggettiva dei profitti anticipati effettuata dai mercati finanziari che in tal modo si accaparrano una rendita. Ciò contribuisce a spiegare perché il valore borsistico di questo capitale è essenzialmente fittizio e sottoposto a fluttuazioni di grande ampiezza. Esso si basa su una logica autoreferenziale, propria della finanza, che alimenta bolle speculative destinate immancabilmente a scoppiare, trascinando l’insieme del sistema creditizio ed economico in una recessione profonda. L’impossibilità di determinare una misura oggettiva e affidabile del capitale immateriale trova altresì conferma nella controversia sull’origine del celebre <em>goodwill</em> (che designa lo scarto crescente fra il valore di mercato delle aziende e il valore dei loro attivi tangibili): il principale attivo immateriale, da cui dipenderebbe il sopravalore incarnato dal <em>goodwill</em>, non sarebbe, di fatto, nient’altro che il «capitale intellettuale» rappresentato dalla competenza, l’esperienza, il sapere tacito, la capacità di cooperazione della forza-lavoro. Insomma, non si tratta di capitale (malgrado la torsione operata dai concetti di capitale intellettuale o di capitale umano), ma in realtà della qualità intellettuale della forza-lavoro che per definizione (a meno di ridurla a schiavitù) costituisce un attivo non negoziabile sul mercato. Per questo, come osserva I. Halary (2004), il tentativo di spiegare il <em>goodwill</em> con l’esistenza di attivi immateriali <em>non classificati</em>, resta prigioniero di un ragionamento circolare che non permette di eliminare l’indeterminazione del valore di questi attivi immateriali. Perché circolare? Perché alla domanda: “Da cosa dipende il <em>goodwill</em>?” Si risponde: “Dal capitale umano dell’impresa!” E alla domanda: “Come determinare il valore del capitale umano?” Si risponde: “Con il <em>goodwill</em>!”<em> </em></p>
<p>Ciò significa che la misura del capitale e il fondamento del suo potere sulla società, dipendono sempre meno dal lavoro passato e dal sapere incorporato nel capitale costante e si fondano ormai principalmente su una <em>convenzione sociale</em> che trova la sua molla principale nel potere della finanza<a title="" href="#_ftn6">[6]</a>.</p>
<p>Una seconda manifestazione è legata al modo in cui <em>le produzioni dell’uomo per l’uomo</em>, assicurate tradizionalmente dal <em>Welfare State</em> secondo una logica non mercantile, sono il principale settore motore di una economia fondata sulla conoscenza. Sono esse che assicurano una parte essenziale del processo di trasmissione e di produzione della conoscenza, e quindi della formazione del cosiddetto capitale immateriale. Di fronte a tendenze stagnazionistiche sempre più profonde, <em>le produzioni dell’uomo per l’uomo </em>rappresentano inoltre uno dei rari settori in cui bisogni e domanda sociale sono in continua espansione. Questi elementi costituiscono uno dei principali indicatori dell’esaurimento della sfera dei bisogni che la logica della merce e del <em>lavoro astratto</em> può soddisfare in modo progressivo. Al tempo stesso, essi contribuiscono a spiegare la pressione straordinaria esercitata dal capitale per privatizzare e mercificare questi servizi collettivi. <em>Le produzioni dell’uomo per l’uomo</em> non possono, tuttavia, essere sottomesse alla razionalità economica della <em>legge del valore/plusvalore</em>, se non al prezzo di uno spreco di risorse e di diseguaglianze sociali profonde che, per di più, rischierebbero di destrutturare le forze creatrici alla base di un’economia fondata sulla conoscenza. Tre argomenti principali corroborano questa tesi. Il primo è legato al carattere intrinsecamente cognitivo, interattivo e affettivo di queste attività in cui il lavoro non consiste nell’agire sulla materia inanimata, ma sull’uomo stesso in una relazione di coproduzione di servizi. Ne consegue, come già suggerito da Marx nei passaggi del Capitolo VI inedito del Capitale dedicati <em>al lavoro immateriale</em>, che le produzioni dell’uomo per l’uomo possono essere difficilmente sussunte alla razionalità produttiva del capitale in quanto la soggettività dei lavoratori, come “<em>il prodotto è inseparabile dall’atto produttore</em>” (Marx, 1867, p. 98). Insomma né l’atto di lavoro né il prodotto (che corrisponde all’uomo stesso nella singolarità di ogni individuo) possono essere veramente standardizzati. L’efficacia in termini di risultato dipende invece da tutta una serie di variabili qualitative legate alla comunicazione, alla densità delle relazioni umane, alla cura disinteressata e quindi alla disponibilità di tempo per l’altro, che la contabilità analitica aziendale è incapace d’integrare se non come costi o tempi morti improduttivi. Il tentativo di elevare la produttività e la redditività di questi servizi collettivi non può dunque essere compiuto che a detrimento della loro qualità e del loro rendimento sociale. Sul piano dell’organizzazione sociale della produzione, siamo insomma qui confrontati a una contraddizione flagrante tra la concezione capitalistica e quantitativa della produttività e la concezione sociale della produttività, che risulta dal carattere intrinsecamente comune di queste attività e del loro risultato materiale e immateriale<a title="" href="#_ftn7">[7]</a>. Il secondo argomento rinvia alle distorsioni profonde che l’applicazione del principio della domanda solvibile introdurrebbe nel diritto all’accesso a questi beni comuni, inducendo una deteriorazione della qualità collettiva della forza lavoro. Sia per ragioni di giustizia sociale che d’efficacia economica, le produzioni del comune devono insomma fondarsi sulla gratuità e sul libero accesso. Il loro finanziamento non può dunque essere assicurato che attraverso il prezzo collettivo e politico rappresentato dalla fiscalità, dai contributi sociali o da altre forme di mutualizzazione delle risorse. Il terzo argomento é legato alla non esistenza (ad esempio nella salute come nell’educazione) della figura mitica del consumatore che effettuerebbe le proprie scelte sulla base di un calcolo razionale costi/benefici, dettato dalla ricerca della massima efficienza dell’investimento nel proprio capitale umano. Fortunatamente, non é certo questo il criterio principale che anima lo studente nella sua ricerca del sapere. Lo è ancor meno quello del malato che, spesso, è prigioniero di uno stato d’angoscia che lo rende incapace di compiere una scelta razionale e lo predispone, invece, a tutte le trappole di una logica mercantile in cui vendere speranze e illusioni é un mezzo per fare profitti.</p>
<p>Ultima manifestazione, ma non meno importante, la crisi di razionalità della legge del valore che esprime la dinamica del capitalismo cognitivo, non consiste solo nel rendere artificialmente rare risorse di per sé abbondanti e gratuite. Essa si esprime anche nell’accelerazione di una logica di predazione e rarefazione delle risorse naturali non rinnovabili. Di fatto, il capitalismo cognitivo non sopprime la logica produttivistica del capitalismo industriale. La riarticola e rinforza, grazie specialmente a una subordinazione della scienza al capitale che pone, come nel caso degli OGM, le nuove tecnologie al servizio di una strategia di standardizzazione e trasformazione mercantile del vivente che accentua i rischi di distruzione della biodiversità e di destabilizzazione ecologica del pianeta. Più in generale, la crisi ecologica segna su scala planetaria i limiti strutturali di una politica di fuoriuscita dalla crisi che non può in nessun modo fondarsi principalmente sulla coordinazione di mercato e sul rilancio del consumo privato delle famiglie. Essa richiede piuttosto di reinventare una politica di pianificazione democratica del comune, basata su un’autentica socializzazione dell’investimento e dell’innovazione tecnologica in attività che consentano di ripensare l’urbanismo, l’agricoltura, di realizzare economie di energia,  ecc. – tutti elementi che, per loro natura, sfuggono in gran parte a una logica mercantile.</p>
<p>Per concludere, l’insieme delle contraddizioni soggettive e oggettive che attraversano il capitalismo cognitivo, segnando la crisi <em>della legge del valore/pluvalore</em>, sono di una tale acutezza da richiamare la situazione descritta da Marx nel 51° e penultimo capitolo del libro III del <em>Capitale</em>, quando affermava: “<em>Si riconosce che è giunto il momento di una tale crisi quando guadagnano in ampiezza e profondità la contraddizione e il contrasto tra i rapporti di distribuzione e quindi anche la forma storica determinata dai rapporti di produzione ad essi corrispondenti, da un lato, e le forze produttive, capacità produttiva e sviluppo dei loro fattori dall’altro</em>” (K. Marx, 1968, pp. 1482-1483).</p>
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<p><strong>Bibliografia </strong></p>
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<p>Virno P. (2008), «Forza Lavoro» in <em>Lessico Marxiano</em>, Manifestolibro, Roma, pp. 105-116.</p>
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<p>* Si ringrazia vivamente Augusto Illuminati che ha tradotto dal francese una prima versione di questo articolo. Sono evidentemente il solo responsabile degli eventuali errori e mancanze riscontrabili nel testo.</p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="#_ftnref">[1]</a> Cioè a condizione di lotte sociali che garantissero la conversione degli incrementi di produttività in riduzione del tempo di lavoro.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref">[2]</a> Che anticipa di almeno un secolo, la teoria economica <em>mainstream</em> <em>dell’incompletezza del contratto di lavoro</em>.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref">[3]</a> Su questo punto vedi l’importante contributo di Fumagalli e Morini (2009).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref">[4]</a> Bisogna notare che una delle dimensioni più pregnanti di questa evoluzione non è il solo inasprimento dello sfruttamento, nel senso più classico ed economico del termine. Declassamento e precarietà vanno anche di pari passo con un’<em>alienazione </em>crescente del lavoro. Essa proviene da una contraddizione sempre più profonda fra la potenza di agire iscritta nella dimensione cognitiva del lavoro, da una parte, e l’obbligo di sottomettersi a obiettivi eterodeterminati e spessi in contrasto netto con i valori etici dei lavoratori, dall’altra. E’ proprio nel solco di questa contraddizione che cresce il fenomeno della <em>sofferenza al lavoro</em>, di cui la moltiplicazione in Francia dei suicidi compiuti sul luogo di lavoro rappresenta soltanto la punta scoperta dell’iceberg.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref">[5]</a> Su questo punto vedi anche <em>l’entretien</em> avec Gorz (2004).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref">[6]</a> Su questo punto vedi in particolare Marazzi (2010).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref">[7]</a> In questo senso, come lo osservano Hardt et Negri, in modo più generale “<em>i prodotti biopolitici tendono […] a eccedere  qualsivoglia misura quantitativa e ad assumere forme comuni che sono facilmente condivise e perciò sono difficilmente sussumibili dalla proprietà privata</em>”, (Hardt e Negri, 2010, p. 141).</p>
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		<title>Per rilanciare il dibattito sull&#8217;America Latina</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 08:52:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di TONI NEGRI Per rilanciare il dibattito attorno al dossier America Latina di Uninomade, mi sembra importante giustificare qui di nuovo il fatto di aver aperto quel dossier&#8230; insistendo sullo studio del pensiero politico e delle pratiche istituzionali, sull’informazione sulle lotte, sulle sconfitte e sulle conquiste dei movimenti popolari e di classe… insomma vorrei prima di tutto spiegare di nuovo perché per noi di Uninomade 2.0, l’America Latina costituisca un vero e proprio laboratorio politico. &#160; Cominciamo allora col dire che quanto avvenuto dagli anni ’90 al primo decennio del XXI° secolo in America latina ha spesso segnato un’originale riproposizione oppure ha senz’altro operato un radicale spiazzamento di problemi spesso già sorti ma rivelatisi insolubili...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di TONI NEGRI</p>
<p>Per rilanciare il dibattito attorno al dossier America Latina di Uninomade, mi sembra importante giustificare qui di nuovo il fatto di aver aperto quel dossier&#8230;<span id="more-1284"></span> insistendo sullo studio del pensiero politico e delle pratiche istituzionali, sull’informazione sulle lotte, sulle sconfitte e sulle conquiste dei movimenti popolari e di classe… insomma vorrei prima di tutto spiegare di nuovo perché per noi di Uninomade 2.0, l’America Latina costituisca un vero e proprio laboratorio politico.</p>
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<p>Cominciamo allora col dire che quanto avvenuto dagli anni ’90 al primo decennio del XXI° secolo in America latina ha spesso segnato un’originale riproposizione oppure ha senz’altro operato un radicale spiazzamento di problemi spesso già sorti ma rivelatisi insolubili in Europa. Questa riflessione sull’insolubilità riguarda innanzitutto le organizzazioni politiche della sinistra, poi, i rapporti movimenti-governo nelle figure istituzionali della vecchia Europa e infine lo stesso evolversi delle ideologie e delle strutture costituzionali.</p>
<p>È evidente che comparare realtà diverse (Europa e America Latina) è operazione affatto astratta. In nessun caso essa permette approcci di assimilazione – si tratta di storie ed esperienze, di istituzioni e di movimenti talmente lontani che non si potrà certo pretendere di parlarne come di cose apparentate. Che cosa hanno a che fare il Brasile e la Germania? Dunque, la nostra operazione è inizialmente proposta a mo’ di esempio o di favola. E tuttavia, quando scendiamo dal laboratorio di studio delle specificità latino-americane alle nostre esperienze, noi tracciamo quella prossimità immaginativa che è tipica del modello delle <em>Lettres Persannes</em> – quando cioè l’immaginazione ripercorre l’esperienza di un vissuto lontano (in America Latina, nelle lotte e nelle forme di governo là affermatesi) ed onestamente le confronta al vissuto vicino, al quotidiano ed al problematico istituzionale europeo. Ciò presupposto dobbiamo comunque notare che (ammesso il fatto che in Europa non c’è l’Amazzonia e che i nostri 4000 metri sono abitati da svizzeri piuttosto che da  indiani) la globalizzazione (e – aggiungiamo come un’altra evidenza – la lotta di classe) ha materialmente avvicinato quelle terre alle nostre. Forse più di quanto mai avremmo pensato nel XX° secolo. È alla fine del novecento, infatti, che quei paesi passano dalla dipendenza nei confronti delle potenze coloniali ed imperialiste, all’interdipendenza nel mondo globalizzato. Per quanto riguarda l’Europa, attenuatesi le migrazioni e rovesciatasi la loro direzione, sono i commerci ma soprattutto le idee che hanno continuato ad attraversare gli oceani, su e giù, fra i continenti. E le passioni. A qual punto ci si è trovati simili fra compagni che lottavano per obiettivi comunisti – a qual punto i metodi di ricerca e le forme di lotta si sono intrecciati, a partire dalle medesime passioni – e, da queste, quanto è stato condizionato il modo di osservare il presente e di costruire l’avvenire! Aggiungiamo che in America Latina, in questi anni, in acuta rottura con lo <em>Washington Consensus</em> si sono avuti gli unici tentativi di costruzione “postsovietica” di esperienze ed istituzioni radicalmente democratiche ovvero di “democrazia assoluta”.</p>
<p>Ritorniamo alla comparazione così corretta, se ancora di comparare si tratta. E poniamo attenzione a come – sia sul terreno istituzionale o costituzionale, sia sul terreno economico e/o delle politiche budgetarie – i nuovi governi democratici dell’America Latina abbiano introdotto innovazioni essenziali rispetto al modello di democrazia del quale genericamente si parla in occidente. Fondamentale sembra allora a noi, su questo terreno, il fatto che le funzioni di governo siano state intercettate dai movimenti e che, con maggiore o minore apertura, siano state loro imposte varie configurazioni operative (che si distendono comunque sempre fra gli estremi di un dualismo di potere e di una governance attenta ai rapporti di forza e alle dialettiche ideologiche che li attraversano). Che è come dire che le pratiche della democrazia si sono – talora – positivamente incarnate (e le pratiche del governo trasformate) in “macchine costituenti”. Non solo si è modificato il rapporto classico di rappresentanza, sicché il passaggio dalla “volontà di tutti” alla “volontà generale” – anziché irrigidirsi (fissandosi istituzionalmente) – si è spesso subordinato alla soluzione puntuale di problemi di volta in volta costituzionalmente rilevanti; non solo si è vissuto dentro una sorta di governo di transizione, continua ed accelerata, da condizioni di povertà e di inconsistenza giuridica a situazioni di relativo appagamento dei bisogni di sopravvivenza e di statuizione di diritti formali; ma anche, spesso, si è assistito alla costruzione di “costituzioni del comune” – dal reddito garantito all’affermazione del diritto di accesso ed alla partecipazione diretta alla gestione dei beni comuni. Talora (sia pure debolmente) questi processi hanno toccato i regimi di proprietà, definendo formalmente – al di là del privato e del pubblico – un campo istituzionale del comune. Altre volte è stato toccato il tema dei diritti fondamentali, fra i quali è stato affermato (accanto al riconoscimento delle differenze) il diritto allo sviluppo ed alla sua sostenibilità in un regime di eguaglianza sociale e politica effettiva. Tutto questo si è realizzato attraverso una dialettica “costituente” movimenti-governo.</p>
<p>Non vanno naturalmente sottovalutate le contraddizioni che qui si sono aperte e continuano ad aprirsi, attorno, appunto, a questo rapporto costituente. Ogni dinamica siffatta è plurale e talora ambigua. Spesso la direzione della governance subisce attacchi, fraintendimenti, distorsioni e non è raro che sia rovesciata e che, anziché permettere ai movimenti di incidere sull’azione dei governi, li ponga in una condizione di servizio e sudditanza. Le “ideologie dell’egemonia” – maschere di un populismo aggressivo, identitario, neutralizzante le differenze e spesso reazionario – coprono queste inversioni e si diffondono pericolosamente. Si osservi tuttavia che questi batteri circolano egualmente in Europa, egualmente malintenzionati. Ma si deve anche notare che quando potenze costituenti di tale impatto si sono messe in movimento, esse, per quanto contrastate, consolidano processi difficilmente reversibili. Una caratteristica latino-americana sembra così consistere nel fatto che l’azione costituente dei movimenti, lungi dal caratterizzarsi come “evento”, continua a operare come “processo”.</p>
<p>Il dibattito che fin qui si è svolto nel sito, è stato di altissima qualità. Vi troviamo:</p>
<p>a) la posizione dei temi e dei problemi ai quali abbiamo accennato; b) analisi interne alla congiuntura ed allo sviluppo politico nei quadranti più significativi della vita politica latino-americana; c) polemiche di interpretazione e di indirizzo. Insistendo affinché questi campi siano tenuti aperti e, anzi, nuovamente percorsi ed approfonditi, sembra tuttavia utile che l’analisi introduca ed accentui la discussione attorno ad altri temi. Buttiamo giù alla rinfusa qualche questione, davvero solo qualcuna.</p>
<p>1) Sarebbe utile portare dentro il nostro dibattito la tematica dei diritti dell’uomo, soprattutto come si è sviluppata in Argentina contro gli aguzzini della dittatura ed intesa al superamento di quella fase mostruosa della sua storia. Si indica questo tema perché anche in Europa e negli Usa è tempo ormai di rinnovare la discussione sui “diritti inalienabili” e di allargarne il campo di efficacia ben oltre quello tutelato (non sempre perfettamente) dalle costituzioni liberali. Gli “indignados” e OWS aprono a questi problemi, sia insistendo sulle tragiche contraddizioni dell’indebitamento (che distruggono l’eguaglianza dei cittadini e la svuotano fino a determinare condizioni di schiavitù), sia denunciando l’alienazione prodotta dall’uso capitalista degli strumenti mediatici, linguistici ed informativi (che alterano e spesso distruggono il diritto alla verità), sia smascherando l’ideologia della sicurezza (dalla quale i padroni traggono sollecitazioni ad una paura generalizzata e panica e così corrompono l’impulso cooperativo delle singolarità moltitudinarie). Non si comprende perché anche in Europa e negli Usa non si comincino ad introdurre strumenti pedagogici che trattengono da queste perversioni e norme giuridiche che le puniscano.</p>
<p>2) È forse utile proporre nel dibattito, soprattutto a confronto con le lotte delle popolazioni andine e dopo la realizzazione di costituzioni profondamente federaliste; a fronte dei nuovi temi dello sviluppo e a quelli della sostenibilità ecologica, <em>et alia</em> – il problema della “territorialità” del comune, cioè delle sue dimensioni spaziali e delle possibilità (più o meno attuali) di mediazioni politiche, economiche, sociali a fronte della rigidità di quelle determinazioni. Qui il tema è evidentemente “modello <em>Lettres persannes</em>”: non si tratta di intervenire sulle lotte e sugli schieramenti che, per esempio in Bolivia, ora si presentono resistendo contro il governo di Evo Morales; ma di assumere quei problemi come indicazione di temi della discussione attorno al concetto e alle pratiche del comune. Chi conosca le lotte che in Val di Susa si conducono contro il TAV non potrà non essere interessato a questi temi e non eviterà di trarre conclusioni adeguate dalla comparazione.</p>
<p>3) Eguale interesse va portato ai processi di unificazione economica e politica del continente latino-americano. Sarebbe davvero utile, per degli europeisti convinti come noi siamo, analizzare come vengano modificandosi le specificità immaginarie delle nazioni sudamericane e come vengano costruendosi condizioni di un federalismo politico assai pregnante.</p>
<p>4) Oltre tuttavia a questi temi di contenuto, storicamente effettivi (buttati giù casualmente, alla rinfusa), sarebbe anche utile tradurre nella nostra discussione spunti epistemologici che ben esprimono – a partire per esempio dai nuovi linguaggi dell’antropologia brasiliana ed andina, nuove proposte conoscitive, nuove analisi delle passioni, insomma contesti ontologici e riflessivi che oltrepassano le strutture e i limiti dell’antropologia europea. Insisto su questo punto perché, sempre di più, da un lato la critica dell’eurocentrismo, dall’altro la profonda autocoscienza del declino europeo (resa oggi drammatica da una crisi distruttiva) solo con difficoltà riescono a maturare nuovi linee di pensiero – ma anche solo la percezione di radicali differenze storiche. Ci si affatica ancora attorno ad orizzonti culturali fondamentalmente regressivi – siano essi legati a tradizioni antifasciste, ovvero a spunti messianici, ovvero a mitteleuropee reminiscenze – o addirittura all’egemonia della critica liberale del comunismo (anche quando le forze neoliberali dell’economia barcollano). Insomma, c’è bisogna di aria nuova, talora quest’aria spira dall’America Latina, e i compagni americani son forse capaci di offricene qualche campione: a noi di tradurlo.</p>
<p>Fin qui si tratta solo di spunti che vorrei chiedere ai compagni sudamericani ed europei di integrare, perché una certa cartografia dinamica delle interdipendenze culturali e politiche, un nuovo sfogliare insieme le <em>Lettres persannes</em>, potrebbe davvero essere molto utile. Umilmente, insistiamo, soprattutto per i compagni europei.</p>
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		<title>La concordia e i lupi di mare</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 10:41:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di VALENTINA LONGO Ormai giornali e televisioni sono concentrati sulle italiche mascolinità – eroiche o da biasimare – dei capitani Schettino e De Falco, mentre le sorti dei membri dell&#8217;equipaggio della Costa Concordia, già precedentemente poco illuminate dai riflettori mediatici, sono scivolate nell&#8217;oblio. L&#8217;italiano Giuseppe Girolamo, l&#8217;indiano Russel Terence Rebello e la peruviana Erika Fani Soriamolina sono i membri dell&#8217;equipaggio tuttora dispersi o deceduti. Un musicista, un cuoco e una cameriera provenienti da tre continenti sono lo scampolo di un equipaggio multinazionale che solo nel 20% circa dei casi si occupa della conduzione della nave, mentre per l&#8217;80% è occupata nei vari servizi ai passeggeri. Hotel, ristoranti, teatri, centri benessere, discoteche, negozi, piste di pattinaggio,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di VALENTINA LONGO</p>
<p>Ormai giornali e televisioni sono concentrati sulle italiche mascolinità – eroiche o da biasimare – dei capitani Schettino e De Falco, mentre le sorti dei membri dell&#8217;equipaggio della Costa Concordia, già precedentemente poco illuminate dai riflettori mediatici, sono scivolate nell&#8217;oblio.<span id="more-1267"></span> L&#8217;italiano Giuseppe Girolamo, l&#8217;indiano Russel Terence Rebello e la peruviana Erika Fani Soriamolina sono i membri dell&#8217;equipaggio tuttora dispersi o deceduti.<img title="More..." src="http://uninomade.org/wp/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p>Un musicista, un cuoco e una cameriera provenienti da tre continenti sono lo scampolo di un equipaggio multinazionale che solo nel 20% circa dei casi si occupa della conduzione della nave, mentre per l&#8217;80% è occupata nei vari servizi ai passeggeri. Hotel, ristoranti, teatri, centri benessere, discoteche, negozi, piste di pattinaggio, pareti di scalata: le navi da crociera sono ormai diventate la destinazione finale per i turisti, che si trovano a trascorrere molto del loro tempo a bordo coinvolti in varie attività che potrebbero occupare interamente il periodo di permanenza in nave.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Crociere per (quasi) tutti</em></strong></p>
<p><em>Divertirvi è la nostra passione. La vita a bordo delle nostre navi non è come sulla terraferma. È un incantesimo che inizia di giorno con i colori del mare e finisce a notte fonda con le luci della festa. Annoiarsi è, davvero, un verbo che non conosciamo</em> (Brochure Costa Crociere 2012, p. 48, reperibile al sito:  http://www.costacrociere.it)</p>
<p>La vacanza<em> all inclusive</em> nel villaggio galleggiante è alla portata di gran parte dei cittadini “occidentali”. L&#8217;industria crocieristica sta differenziando notevolmente l&#8217;offerta per adattarsi a pubblici diversi: non vi è più solamente la classica distinzione tra diverse categorie di nave rispetto alla capacità di spesa dei passeggeri, come potrebbe essere quella tra un hotel a 3 o a 5 stelle, ma il ventaglio di proposte si amplia sia come gruppi destinatari &#8211; ad esempio viaggi per single &#8211; sia come attività da svolgere a bordo &#8211; quali crociere tematiche musicali o gastronomiche &#8211; sia infine come itinerari proposti e lunghezza del soggiorno. Le dimensioni delle imbarcazioni variano notevolmente, dai 100 ai 5.000 passeggeri, con una tendenza al gigantismo delle navi e all’assottigliamento degli equipaggi: se fino a pochi anni fa per ogni due passeggeri imbarcati si contava un marittimo, oggi troviamo un solo membro del personale ogni tre passeggeri.</p>
<p>Le crociere sono viaggi rassicuranti in cui viene proposto un assaggio di esotico addomesticato: si tratta di creare o ricreare narrative culturali comuni e dominanti. Il tentativo è quello di presentare ai turisti un prodotto che sia differente, ma allo stesso tempo abbastanza familiare perché vi si possano identificare. I mezzi usati possono essere diversi e vanno dall’esotismo, all’erotismo, al nazionalismo &#8211; quanta italianità si vende a bordo delle navi da crociera -  combinando tali elementi con un passato mitico per costruire così connessioni tra il passato e il presente, il vicino e il lontano, il familiare e l’Altro. Si tratta di costruire una rappresentazione antropologica di colore della pelle, nazionalità, genere e classe che crei un ordine sociale rassicurante, prevedibile e allo stesso tempo esotico per quanti decidono di trascorrere le proprie vacanze a bordo, solitamente cittadini bianchi dei paesi tardoindustriali. Nel 2010 poco meno di venti milioni di passeggeri ha effettuato un viaggio in crociera, la maggioranza di questi sono statunitensi, seguiti dagli europei  e dai circa due milioni di turisti che &#8211; secondo le statistiche dell&#8217;European Cruise Council &#8211; provengono dal resto del mondo. Il settore sembra non conoscere crisi: i passeggeri statunitensi ed europei sono aumentati rispettivamente del 6% e del 10% nel corso del 2010 ed è previsto il varo di numerose navi per i prossimi anni.</p>
<p>Quello crocieristico è un settore ad alta concentrazione: la Costa Crociere appartiene alla Carnival Corporation, multinazionale che con 101 navi e 85.000 dipendenti controlla circa il 50%  del mercato crocieristico mondiale attraverso i suoi marchi.</p>
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<p><strong><em>Uno sguardo ai marittimi</em></strong></p>
<p>Le nazionalità dei marittimi presenti a bordo sono numerose, nelle navi di ultima generazione non è raro che arrivino a cento; il personale viene reclutato in paesi sparsi in tutti i continenti &#8211; Africa quasi totalmente esclusa &#8211; direttamente dalla compagnia armatoriale oppure attraverso agenzie specifiche di reclutamento. Le agenzie possono essere le più svariate: specializzate in personale marittimo o alberghiero, dedicate a reclutare artiste e ballerine. Vi sono agenzie che gestiscono i centri benessere e quelle che forniscono le hostess; ulteriore elemento di differenziazione è costituito dai casino e dai negozi di bordo: quasi sempre questi sono dati in gestione ad ulteriori imprese specializzate nei rispettivi settori. Questa estrema frammentazione rispetto ai datori di lavoro significa che vi sono altrettanti sistemi contrattuali con livelli salariali che, nel sistema europeo, fluttuano dai 500 dollari per un cameriere di mensa alle svariate migliaia di euro per un comandante. L&#8217;intermediazione di agenzie di reclutamento rende la pratica dell&#8217;assunzione talvolta opaca: nel caso di marittimi asiatici, soprattutto filippini, indonesiani e indiani,  per reperire un imbarco occorre pagare all’agenzia un ammontare pari a uno o due mesi di salario. Un obolo da versare prima di salire a bordo.</p>
<p>La densità umana e spaziale che vige a bordo è segmentata in una struttura gerarchica della forza lavoro che segue le linee della nazionalità, del colore della pelle e del genere, dando vita ad una geografia piuttosto serrata che rimanda ad un ordine coloniale. Tale struttura diventa immediatamente spaziale: ai ponti alti troviamo gli alti ufficiali, quasi tutti uomini bianchi e provenienti da paesi tardoindustriali. A mano a mano che si scende di gerarchia, iniziano a comparire le donne, il colore delle pelle assume sfumature più scure e le provenienze si ampliano verso paesi meno industrializzati. Nel ventre della balena, troviamo quelli che non vedono mai la luce del sole e spendono le proprie giornate lavorative sotto la linea di galleggiamento.</p>
<p>Al contrario dei lavoratori a terra, la durata dei contratti a bordo è inversamente proporzionale alla posizione gerarchica occupata e al livello salariale: quanti sono impiegati alla base della piramide occupazionale infatti hanno contratti molto più lunghi di quelli all&#8217;apice. Mentre il comandante o il primo ufficiale navigano per 3 o 4 mesi, una cabinista firma un contratto per 9-12 mesi, arrivando a passare a bordo anche periodi più lunghi se la compagnia necessita la sua prestazione.</p>
<p>Una volta terminato un contratto, non esiste alcuna certezza rispetto all’imbarco successivo e nemmeno sono previsti i benefici garantiti &#8211; anche se in misura sempre minore &#8211; ai lavoratori e alle lavoratrici di terraferma dei paesi tardoindustriali: non si concedono giornate libere, le cure mediche sono limitate, le ferie non sono in genere pagate e solo uno sparuto numero di marittimi matura diritti pensionistici.</p>
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<p><strong><em>Lo spettacolo totale</em></strong></p>
<p>A bordo fervono continuamente le attività: dalla colazione al bingo, dalla presentazione delle sculture di frutta e verdure al gioco della pizza, dalla merenda piemontese ai balli di gruppo. Da mattina a notte inoltrata i turisti possono farsi coinvolgere in una maratona di eventi organizzati e pensati per loro. II presunto protagonismo dei passeggeri si nutre delle attività e soprattutto delle attenzioni, che talvolta diventano vero e proprio lavoro di cura,  che le maestranze gli dedicano.</p>
<p>Il sorriso è una caratteristica fondamentale nel lavoro di quanti interagiscono con i passeggeri, una parte concreta del lavoro come la divisa che essi indossano.  L’altra faccia della medaglia è infatti la sindrome da sorriso permanente, la stanchezza muscolare ed emotiva che tale atteggiamento comporta: il naufragio, un vero e proprio black out, rompe qualsiasi rappresentazione esotico-rassicurante e i passeggeri perdono quella sicurezza fornita dall’essere coccolati, riveriti e serviti costantemente durante la loro permanenza a bordo. Sono soprattutto le donne, impiegate quasi sempre in posizioni che prevedono contatti diretti con i passeggeri, ad incarnare il sorriso perenne e a prodigarsi per il benessere emozionale dei passeggeri, mettendo così a valore le competenze che queste hanno storicamente realizzato nella sfera del lavoro riproduttivo. A bordo di navi da crociera la presenza femminile è una novità relativa agli ultimi 30 anni. La partecipazione delle donne si attesta sul 20% circa del totale. Un terzo delle lavoratrici è impiegata nei servizi ai passeggeri, il 23% si occupa delle cabine, il 20% dei cibi e dei bar e il 17% nella categoria “altro”. Solo il 7% della componente femminile della forza lavoro è impiegato nella sezione marittima o nelle cucine.</p>
<p>Le attenzioni costanti di cui godono i passeggeri significano ritmi di lavoro intensi per lavoratrici e lavoratori. Lunghi turni in servizio vengono interrotti da periodi di riposo che cambiano a secondo delle esigenze immediate che si presentano a bordo: non si è mai certi di avere del tempo libero perché il <em>just in time</em> del divertimento non può subire interruzioni. Una chiamata in cabina può interrompere l&#8217;agognato riposo, in pochi minuti si possono coprire le brevi distanze che separano l&#8217;alloggio dalla postazione di lavoro. La separazione tra tempo di vita e tempo di lavoro sfuma verso turni di lavoro che possono arrivare alle 12-14 ore, senza giorni liberi che possano interrompere il susseguirsi di giornate che finiscono per confondersi l’una con l&#8217;altra. I giorni della settimana non danno un senso al tempo dei marittimi imbarcati, sono piuttosto i diversi porti a marcare il ritmo dei mesi trascorsi a bordo, come un girotondo che si ripete fino alla fine del contratto o al cambio di itinerario.</p>
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<p><strong><em>Gli spazi della segregazione</em></strong></p>
<p>Mentre il comandante è un ufficiale bianco, spesso italiano o inglese, che indossa una divisa immacolata e saluta dal palcoscenico nella serata di gala, la cameriera della propria cabina è una signora malgascia che sorride e si comporta in modo deferente e l&#8217;animatore che fa volteggiare la passeggera è un aitante brasiliano con il ritmo nel sangue. L&#8217;esotico, e il razzismo che sottende tale categoria, marca la relazione tra dominatore e subalterno e viene riconfermata in modo rassicurante attraverso le mansioni attribuite alle diverse nazionalità di lavoranti.</p>
<p>La distribuzione delle posizioni di bordo è quindi il risultato dell&#8217;intersezione tra colore della pelle/nazionalità e genere. La gerarchia degli equipaggi contemporanei delle navi da crociera ripropone in mare quello che è stato precedentemente sperimentato anche in terraferma, ossia una divisione del lavoro coloniale razzializzata con i bianchi all&#8217;apice della gerarchia, seguiti in ordine discendente da altri “differenti” in posizioni subordinate.</p>
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<p>Tuttavia, a differenza dei migranti che vivono sulla terraferma, i marittimi arrivano a bordo quasi sempre senza gli intoppi di cui fanno esperienza i primi; pur considerandosi  in molti casi lavoratori  migranti, probabilmente non toccheranno mai il suolo dello stato in cui è immatricolata la nave, diventando così immediatamente socialmente meno pericolosi rispetto ai migranti terranei.</p>
<p>Ciascun lavoratore è immediatamente identificabile attraverso l&#8217;uniforme che indossa, il suo nome è riportato sulla targhetta che deve obbligatoriamente indossare. Si tratta inoltre di lavoratori che sono visti ed esperiti dai passeggeri solo nel tempo di lavoro, che interpretano la propria posizione lavorativa in maniera adeguata e “stanno al proprio posto”. Nella messa in scena della vacanza da sogno, infatti, non c&#8217;è spazio per vedere il lavoro sporco e ripetitivo: corpi sudati, divise sporche di grasso, volti tirati non hanno diritto di cittadinanza di fronte agli occhi dei turisti. Non si vedono mai i cinesi impiegati nelle lavanderie, che funzionano 24 ore al giorno tra acidi e vapori caldi per garantire giornalmente  accappatoi morbidi e profumati ai passeggeri, e nemmeno gli indiani che sono impiegati tutta la notte, dalle 21.00 alle 7.00,  nel taglio e confezionamento della deliziosa frutta e verdura che i passeggeri gusteranno durante la loro colazione.</p>
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<p>Anche nei ponti riservati alle maestranze vige una  segregazione che segue le linee del colore della pelle, della nazionalità e del genere. A seconda dei gradi gerarchici, ufficiali, sottufficiali e forza comune, vi è un differente livello di agibilità della nave: si va da chi trascorre tutto il proprio tempo di vita e di lavoro sotto la linea di galleggiamento a chi, come gli ufficiali più alti in grado, gode di libero accesso a qualsiasi zona del natante. L’organizzazione gerarchica della nave è  immediatamente visibile perché assume caratteristiche spaziali.  La cabina del comandante e degli altri ufficiali si trovano solitamente ai ponti più alti, separate da quelle del resto dell’equipaggio. Mentre gli ufficiali godono di un po’ di intimità grazie all’assegnazione di cabine singole, i sottufficiali le condividono con un’altra persona e la forza comune è spesso stipata in stanze che alloggiano quattro colleghi, con un bagno che può essere condiviso con un’altra cabina. Nei ponti riservati all&#8217;equipaggio, divisi da pesanti porte a cui è vietato l&#8217;attraversamento da parte dei passeggeri, improvvisamente i colori si spengono. Le zone <em>crew only </em>assomigliano molto alle navi commerciali dove il legno e i velluti vengono sostituiti da metallo e plastica, la luce naturale si trasforma in neon e il rumore di fondo è persistente.</p>
<p>Coloro che abitano più in basso sono anche quanti ricevono i salari più infimi, non solo per le note logiche dell’investimento capitalistico che mira solitamente a remunerare il meno possibile i propri dipendenti, quanto perché si tratta di persone che svolgono mansioni etnicizzate a causa della loro nazionalità, colore della pelle e genere. Si tratta quindi di mediare tra il costo del lavoro e uno sguardo situato storicamente e socialmente su chi è giudicato più appropriato per  svolgere determinati compiti. I bassi salari vengono così giustificati anche attraverso il ricorso a una tipologia con ben precise caratteristiche sociali.</p>
<p>Alti ufficiali, ufficiali, sottufficiali e forza comune costituiscono gruppi differenziati e gerarchicamente ordinati che danno luogo ad una precisa configurazione delle interazioni sia lavorative sia extra lavorative. L’ordinamento degli spazi riservati all’equipaggio ne sottolinea lo status: le mense separate secondo il grado, con arredi, cibo e trattamento differenziati, nonché l’ubicazione e la qualità delle cabine danno corpo alla segregazione, che diventa spaziale ma soprattutto sociale. Il tempo libero dei naviganti è un indicatore per individuare le divisioni all’interno dell’equipaggio: i gruppi che si formano durante le fermate nei porti oppure al <em>crew bar</em>, e che formalmente costituiscono dei momenti liberi, in cui i naviganti potrebbero mescolarsi a proprio piacimento, ripercorrono i gruppi occupazionali di pari livello, oppure quelli nazionali.</p>
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<p><strong><em>Un cameriere filippino pilotava la lancia</em></strong></p>
<p>Nel  pacchetto <em>all inclusive</em> che i passeggeri comprano non vi è spazio per l&#8217;imprevisto, come quanto accaduto nella Costa Concordia; i passeggeri si aspettano  &#8211; e contribuiscono a creare &#8211; uno spettacolo continuo. Il black out a bordo della Costa Concordia, conseguenza dell’impatto contro lo scoglio, è stato come l&#8217;amaro risveglio dal sogno della vacanza perfetta.  Accanto alla paura per l&#8217;evento in sé, vi è stato un senso di spiazzamento per l&#8217;improvviso cambio di ruolo del personale di bordo. I commenti venati di razzismo dei passeggeri sono illuminanti a tale proposito: &#8220;un cameriere filippino pilotava la lancia!&#8221;, con tono dispregiativo. Durante l&#8217;emergenza l&#8217;ordine sociale a bordo è mutato notevolmente, spiazzando i passeggeri che si sono sentiti perduti, non riconoscendo più i ruoli rassicuranti che ricoprivano lavoratori e lavoratrici prima del naufragio. Dopo l&#8217;urto, l&#8217;eterno sorriso presente sui volti di uomini e donne impiegati a bordo si è spento. E i passeggeri, abituati alla deferenza continua da parte di chi lavora, si sono spaventati.</p>
<p>Ufficialmente tutto il personale di bordo è tenuto a seguire corsi per affrontare diversi tipi di emergenze che possono accadere sulle navi, così come è obbligato ad ottenere dei certificati per poter navigare. Vi sono però pratiche di varia natura che fanno sorgere dubbi sulla reale preparazione nei casi di emergenza: la padronanza dell‘inglese, lingua ufficiale di bordo, può essere molto esigua; il turnover del personale è elevato, quindi ci può facilmente essere un lavoratore/trice appena imbarcato che non è ancora stato formato; infine è piuttosto comune il fenomeno della compravendita dei certificati.</p>
<p>D&#8217;altro canto, é obbligo anche per i passeggeri imbarcati sulle navi da crociera effettuare il <em>boat drill,</em> ossia le prove di emergenza, solitamente subito dopo l&#8217;imbarco. Tali esercitazioni sono obbligatorie per tutte le persone che si trovano a bordo: al suono del segnale di allarme, i turisti prendono il giubbotto di salvataggio e si dirigono alle proprie <em>muster station</em> dove, in caso di reale emergenza, vengono convogliati sulle varie scialuppe di salvataggio. Nel grande spettacolo che è il viaggio in crociera, le prove di emergenza vengono vissute come l&#8217;ennesima attività ludica di bordo, da filmare e registrare per poi farle vedere ad amici e parenti. Tale attitudine viene ulteriormente alimentata da dispositivi che fanno dimenticare ai passeggeri che viaggiano su di un artefatto in un luogo potenzialmente pericoloso come il mare. Le attività di bordo sono tutte rivolte verso l&#8217;interno, il mare diventa una scenografia poco rilevante per i passeggeri mentre passano il tempo nei balli di gruppo, facendosi fare un massaggio balinese o passeggiando per le vie dello shopping di bordo.</p>
<p>I corpi dei marittimi che probabilmente  giacciono nei fondali del mare Mediterraneo hanno goduto di qualche attenzione mediatica: la sorella della cameriera peruviana è stata intervistata da varie televisioni, così come è accaduto per i familiari degli altri membri dell&#8217;equipaggio. Senza tracciare indebiti parallelismi tra il protagonismo dei turisti e quello in tono minore delle maestranze, sembra comunque che  godere di un contratto di lavoro restituisca quella dignità che invece non sfiora i corpi dei migranti che hanno viaggiato verso le coste europee a bordo di carrette del mare senza mai approdarvi. Senza confondersi con i turisti, lavoratrici e lavoratori di bordo appartengono al mondo patinato delle città galleggianti, e non rimandano ai pericolosi clandestini che invadono le coste.</p>
<p>Guardia Costiera, Vigili del fuoco, Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, Aeronautica Militare, Croce Rossa, Protezione Civile e Associazioni di sommozzatori sono tra i soggetti che hanno contribuito ai soccorsi dopo l&#8217;incidente.  Anche senza molti riflettori puntati, sarebbe auspicabile che al prossimo naufragio di migranti almeno un paio di corpi tra quelli intervenuti in questo caso si attivasse con la stessa solerzia.</p>
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		<title>Riprendiamoci l’Europa!</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 09:52:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"> → <a href="http://uninomade.org/take-europe-back/">English</a> | <a href="http://uninomade.org/retomemos-europa/">Español</a></p>
<p>di COLLETTIVO UNINOMADE</p>
<p>1. Non c’era bisogno delle parole di Mario Draghi per capire che la crisi ha ormai raggiunto in Europa una soglia di irreversibilità. Crisi di «dimensioni sistemiche», aveva detto Jean-Claude Trichet un paio di mesi fa.<span id="more-1237"></span> Ora Draghi, suo successore alla guida della Banca Centrale Europea, ci informa che «la situazione è peggiorata» (16 gennaio). Difficile capire che cosa significhi il peggioramento di una crisi di «dimensioni sistemiche».</p>
<p>Certo è che gli scenari che si prospettano per i prossimi mesi sono assai cupi, non solo per chi ormai da anni sta pagando la crisi e il farmaco che la alimenta – l’austerità, o più “sobriamente” il <em>rigore</em>. Anche settori consistenti del capitale e delle classi dirigenti europee cominciano a essere assaliti dal dubbio che, nel gigantesco processo di riassestamento globale degli equilibri di potere in atto, corrono il rischio di figurare tra i perdenti. Lo spettro del “declino”, se pur non ha smesso di aggirarsi per le metropoli statunitensi, ha preso a frequentare con maggiore assiduità le strade e le piazze d’Europa – o almeno di intere regioni europee. E non mancano i commentatori che intravedono dietro l’azione delle agenzie di rating una razionalità militare, le prime manovre di una «guerra mondiale del debito» in cui l’obiettivo della sopravvivenza del dollaro come moneta sovrana a livello mondiale (con il conseguente mantenimento degli attuali centri di comando sui mercati finanziari) può giustificare lo sgretolamento dell’euro. Sullo sfondo, le notizie che arrivano dallo Stretto di Hormuz ci ricordano che di fronte a una crisi di questa profondità e durata la guerra può essere una “soluzione” da tentare non soltanto sul terreno della finanza e dei debiti “sovrani”.</p>
<p>Diciamolo chiaramente: <em>l’Unione europea, per come l’abbiamo conosciuta in questi anni, è finita</em>. Non è un fatto di cui rallegrarsi. Noi stessi abbiamo di tanto in tanto pensato che le lotte e i movimenti potessero trovare nell’istituzionalità europea in formazione, sul terreno della cittadinanza e della <em>governance</em>, un quadro di riferimento più duttile rispetto agli assetti politici nazionali, uno spazio dentro e contro il quale costruire campagne e articolare piattaforme rivendicative. Bene, quello spazio non esiste più. È questa la prima lezione da trarre dalla crisi in questa parte del mondo. La seconda, tuttavia, è per noi altrettanto importante: sul terreno nazionale ogni ipotesi di fronteggiamento democratico o socialista della crisi si sta mostrando per quello che è – un’illusione priva di ogni efficacia e tendenzialmente pericolosa. Ce lo insegnano due anni di resistenza durissima, e tuttavia appunto ristretta al terreno nazionale, alle politiche di austerità nei Paesi più colpiti dalla crisi. La Grecia è da questo punto emblematica. Difficile immaginare un dispiegamento più radicale e assortito di lotte di resistenza di quello messo in campo in quel Paese – dall’occupazione delle piazze a scioperi generali durati per giorni e giorni, dai tentativi di assalto al Parlamento al blocco di intere città. E tuttavia l’efficacia di questa mobilitazione permanente, in termini di contrasto alle politiche draconiane di tagli e smantellamento dello Stato sociale e dei diritti, è stata pari a zero.</p>
<p>Nessuna spocchia da parte nostra, sia chiaro. Quelle lotte andavano fatte, in Grecia come altrove. Ma al loro interno la prospettiva della mera resistenza (della semplice difesa delle conquiste degli scorsi decenni e delle istituzioni che sembravano deputate a incarnarle) si è trovata di fronte a un limite radicale. Nel momento stesso in cui l’Europa si spoglia definitivamente, agli occhi di milioni di cittadini europei, di ogni veste democratica per resuscitare i fantasmi della dittatura commissaria, dell’esclusività della regolazione monetaria e del dominio coloniale di un preteso centro sulle periferie, la dimensione nazionale si è dimostrata impotente a funzionare come estremo argine e bastione difensivo. Troppo in profondità hanno agito negli ultimi decenni i processi di disarticolazione dello Stato nazionale, troppo compromesse con la logica neo-liberale e finanziaria sono ormai le istituzioni di quest’ultimo, troppo mutata è la composizione del lavoro vivo, troppo marcata è la sproporzione tra la violenza del comando finanziario e le dinamiche della rappresentanza perché si possa pensare oggi a un <em>New Deal</em> su basi nazionali. Un programma di uscita in avanti dalla crisi non può che essere oggi un <em>programma costituente</em>: ai due elementi che per definizione qualificano ogni programma costituente – la fissazione di nuovi principi non negoziabili e la costruzione di nuova istituzionalità – deve tuttavia affiancarsi l’invenzione di un nuovo spazio, che per noi non può che essere europeo. È un compito di cui non ci nascondiamo l’enorme difficoltà. E tuttavia l’avvenire della lotta di classe e di una “sinistra” comunque qualificata in Europa dipende dalla capacità che avremo, nell’immediato futuro, di farcene carico.</p>
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<p>2. La radicalità e la profondità della crisi, tanto sul piano globale quanto su quello europeo, sono ormai riconosciute anche da molti analisti <em>mainstream</em>, che parlano apertamente di un orizzonte recessivo di medio periodo. Per quanto riguarda l’Europa, se non interverrà nei prossimi anni una radicale soluzione di continuità, questo significa che ci troveremo di fronte a un’ulteriore scomposizione di uno spazio (politico, sociale e culturale oltre che economico) fin da principio profondamente eterogeneo. Le istituzioni europee presentavano questa eterogeneità come uno dei punti di forza dell’Unione. L’incalzare della crisi ha fatto piazza pulita di queste retoriche. Oggi non si tratta neanche più di un’Europa a due o più velocità. Quanto accade oggi attorno alla Gran Bretagna non è meno significativo del precipitare della Grecia verso la constatazione del <em>default</em>: la <em>City</em> di Londra si candida a funzionare come un magnete che attrae capitali dall’intera Europa, distribuendoli sulle piazze finanziarie globali e contribuendo ad approfondire le dinamiche di rottura dell’unità economica degli stessi Paesi “forti” – a cominciare dalla Germania. Le stesse ipotesi di rottura dell’unità monetaria europea, con la secessione tedesca e la formazione di un nuovo blocco attorno al marco (ne ha parlato spesso Christian Marazzi), scontano l’indebolimento della domanda globale per i prodotti manifatturieri di esportazione e le prime crepe nella stabilità sociale da cui dipende il modello tedesco. Il <em>downgrading</em> della Francia non indebolisce soltanto il “Fondo salva Stati”; fa anche definitivamente saltare l’asse Parigi – Berlino, che si era candidato a giocare un ruolo di direttorio europeo nella crisi e apre un’altra linea di frattura nello spazio istituzionale della UE. A est, la rivolta sociale di questi giorni in Romania apre un altro fronte di radicale instabilità, mentre la deriva fascista del governo ungherese – pur contrastata da un movimento in forte crescita – determina la reazione di Bruxelles solo nel momento in cui arriva demagogicamente a toccare l’autonomia della Banca centrale.</p>
<p>Sono questi processi di scomposizione dello spazio europeo che ci fanno affermare che l’UE, per come l’abbiamo conosciuta in questi anni, è finita. Sia chiaro, questo non significa che le istituzioni europee siano destinate a scomparire o che non esistano disegni di una loro “riforma”. Più correttamente qualcuno (ad esempio Étienne Balibar) ha parlato recentemente di una vera e propria “rivoluzione dall’alto”: ovvero di un tentativo di riallineamento complessivo dell’assetto istituzionale dell’Unione attorno alla Banca centrale europea, con effetti di profonda modifica della costituzione materiale e formale tanto sul piano europeo quanto sul piano nazionale (ovvio è qui il riferimento alla parità di bilancio). Il <em>fiscal compact</em> che verrà firmato a marzo indica la cornice di questo vero e proprio tentativo di management della crisi a guida tedesca, dei cui limiti sono consapevoli gli stessi promotori e che potrà avere qualche chance di successo soltanto in presenza di una recessione in qualche modo “controllata” e di un rallentamento dell’attacco ai “debiti sovrani”. Per la Germania (e non solo), come si diceva, l’alternativa è la secessione dall’euro, con effetti difficilmente prevedibili tanto in Europa quanto a livello globale.</p>
<p>Non ci soffermiamo qui su questo secondo scenario. Più importante ci pare sottolineare che la “rivoluzione dall’alto” attualmente in atto svuota di ogni sostanza democratica, comunque definita, le istituzioni europee e propone anche su questo piano l’urgenza assoluta di un programma costituente. È un’Europa “gotica” quella che si configura, un’Europa dispersa e gerarchica, un’Europa-mercato senza mediazioni democratiche interne efficaci ma investita piuttosto (ed eventualmente ricomposta secondo geometrie e geografie variabili) da un nuovo comando sovrano, quello della Banca – non semplicemente la BCE ma ancora e sempre “i mercati” &#8211; che discende dall’alto e si distende diffusamente. Si conclude così brutalmente quel processo cinquantennale di costruzione europea basato su una <em>governance</em> che equilibrava le dissimmetrie e impediva l’apparizione di eventuali sconvolgimenti della gerarchia tradizionale degli Stati. Nel labirinto gotico che si prospetta, con le sue architetture difformi piegate in funzione delle esigenze delle banche e dei “mercati”, a dominare sarà una specie di “pianificazione” dall’alto. È stato notato: una pianificazione quasi-sovietica, non per produrre merci ma per produrre debito – rendendo automatiche le sanzioni contro ogni devianza. È facile prevedere che, contrariamente al sogno federalista e al progetto funzionalista di un’attenuazione della sovranità nel processo di integrazione, attorno a questo assetto prolifereranno sovranismi e nazionalismi. Da una parte nei Paesi “forti”, a protezione di posizioni che già ora il discorso dominante presenta come minacciate dalla debole disciplina fiscale delle “periferie”; dall’altra all’interno di queste ultime, dove la reazione anti-europea comincia ad assumere le forme di una reazione anti-tedesca. Nell’uno e nell’altro caso siamo qui di fronte a fenomeni estremamente pericolosi, che minacciano di diventarlo ogni giorno di più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. Questi sovranismi e nazionalismi sono oggi l’altra faccia dell’ipotesi di un’Europa gotica, ovvero di una stabilizzazione “post-neoliberale” del management della crisi. Parliamo di una stabilizzazione post-neoliberale in un senso preciso, sulla base della convinzione che all’interno dello scenario che si va configurando attraverso l’approvazione del <em>fiscal compact</em> assisteremo alla riaffermazione di alcuni dei dogmi essenziali del neoliberalismo senza che si prospettino vie d’uscita effettive dalla crisi. Non vi sono, all’interno di questo scenario, margini effettivi di negoziazione, né sul piano di una modificazione delle politiche della Banca centrale europea né su quello di un’evoluzione del Fondo salva Stati o di un piano di ristrutturazione dei debiti sovrani e di ricapitalizzazione delle banche. Pure illusioni, su queste basi, ci sembrano l’idea di un piano europeo di investimenti per l’occupazione e la prospettiva di una redistribuzione più o meno “equa” della tassazione, e quindi dei redditi da lavoro e della ricchezza. L’Europa della “rivoluzione dall’alto” è costruita per garantire la rendita finanziaria, e tutt’al più ha l’ambizione di garantire un compromesso tra quest’ultima e specifiche frazioni del capitale industriale. I suoi stessi architetti sono consapevoli del fatto che gli attuali assetti globali del capitalismo, con una finanza grande otto volte l’“economia reale”, non sono sopportabili e che ogni politica monetaria (che a questo punto non fa che aiutare la speculazione) può difficilmente reggersi. La stabilizzazione post-neoliberale in Europa è un progetto votato a naufragare, nel lungo periodo. Ma nel lungo periodo, si sa, saremo tutti morti.</p>
<p>Una cosa è certa: se nell’Europa gotica qualcuno sta pensando a comporre gli interessi di diverse frazioni di capitale, nessun riconoscimento viene tributato al lavoro. Tutt’al più, dove ancora ve ne sono le condizioni (ad esempio in Germania) questo riconoscimento trova qualche spazio all’interno delle strutture di concertazione nazionale. Ma da queste strutture sono escluse quote sempre più significative (tanto quantitativamente quanto qualitativamente) di lavoratrici e lavoratori ormai definitivamente precarizzati, mentre la stessa posizione del lavoro “garantito” comincia a essere minacciata da una crisi che non risparmia nessuno. Altrove, nella grande maggioranza dei Paesi europei, l’attacco alle condizioni del lavoro (di quello cognitivo come di quello operaio, di quello migrante come di quello autoctono, di quello dipendente come di quello formalmente autonomo) non sembra conoscere confini. I “debiti sovrani” sono scaricati su donne e uomini sempre più indebitati “privatamente”, l’attacco al salario si combina con quello ai servizi, la disoccupazione con l’erosione dei risparmi familiari e dunque con il dilagare della povertà. Un aumento vertiginoso delle disuguaglianze sociali, già cresciute a dismisura con i processi di finanziarizzazione del capitalismo, è la prima conseguenza di tutto questo.</p>
<p>Torniamo a ripetere quanto abbiamo scritto all’inizio: la resistenza a questi veri e propri processi di spossessamento è non solo sacrosanta, ma indispensabile. È solo dentro lo sviluppo della resistenza che possono prendere forma nuove modalità di cooperazione e una nuova piattaforma rivendicativa che possa unificare soggetti sociali diversi nell’orizzonte di una lotta comune. Questa lotta, secondo l’indicazione di Piazza Tahrir, rilanciata dagli <em>indignados</em> spagnoli e dal movimento <em>occupy </em>negli USA, deve conquistare i propri spazi nelle città europee scosse dalla crisi. Ma perché la lotta diventi costituente, e apra finalmente la prospettiva di un superamento in avanti della crisi, la convergenza tra le diverse forme di resistenza sul terreno metropolitano non è sufficiente. È solo in uno spazio più ampio, che non possiamo fare a meno di definire europeo, che sarà possibile la stesura di un nuovo programma per la conquista del comune, inteso come base materiale di costruzione di una nuova modalità di convivenza, cooperazione e produzione tra liberi e uguali.</p>
<p>È una consapevolezza, questa, ampiamente diffusa all’interno del movimento spagnolo degli <em>indignados</em>, che può trovare un momento di importante consolidamento nella proposta di una mobilitazione europea per cingere d’assedio la Banca centrale europea a Francoforte. il prossimo maggio (nell’anniversario del 15M). <em>Riprendiamoci l’Europa</em> deve diventare la parola d’ordine di quella mobilitazione. Se la crisi minaccia di segnare le nostre vite nei prossimi anni, è per fronteggiare questa temporalità che dobbiamo attrezzarci. Non partiamo da zero: le lotte hanno sedimentato uno straordinario patrimonio di esperienze in molti Paesi europei, mentre le stesse rivolte nel Maghreb e nel Mashreq sono entrate nell’immaginario e nei linguaggi dei movimenti europei. Una grande campagna transnazionale per liberare la vita dal debito (e l’immaginazione politica dal ricatto del <em>default</em>) può oggi segnare l’apertura di uno spazio di movimento a livello europeo. Mentre si moltiplicano su un piano molecolare gli atti e le iniziative di resistenza al debito, si tratta di costruire una sponda politica europea per le lotte, nella prospettiva di costruire elementi di contropotere e di programma. Senza nessuna nostalgia per gli Stati nazionali, senza nessun compromesso con l’Europa gotica.</p>
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		<title>¡Retomemos Europa!</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 00:01:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[por COLECTIVO UNINOMADE 1. No hacían falta las palabras de Mario Draghi para entender que la crisis ya es irreversible en Europa. Crisis de «dimensiones sistémicas» había dicho Jean-Claude Trichet hace un par de meses. Ahora Draghi, su sucesor en la dirección del Banco Central Europeo (BCE), nos informa de que «la situación ha empeorado» (16 de enero). Resulta difícil saber qué significa el empeoramiento de una crisis de «dimensiones sistémicas». Es cierto que el escenario previsto para los próximos meses es bastante sombrío, no sólo porque hace años que estamos pagando la crisis y la medicina que la alimenta: la austeridad, o dicho de manera más sobria «el rigor». También sectores fuertes del capital y...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>por COLECTIVO UNINOMADE</p>
<p>1. No hacían falta las palabras de Mario Draghi para entender que la crisis ya es irreversible en Europa. Crisis de «dimensiones sistémicas» había dicho Jean-Claude Trichet hace un par de meses. <span id="more-1276"></span>Ahora Draghi, su sucesor en la dirección del Banco Central Europeo (BCE), nos informa de que «la situación ha empeorado» (16 de enero). Resulta difícil saber qué significa el empeoramiento de una crisis de «dimensiones sistémicas».</p>
<p>Es cierto que el escenario previsto para los próximos meses es bastante sombrío, no sólo porque hace años que estamos pagando la crisis y la medicina que la alimenta: la austeridad, o dicho de manera más sobria «el rigor». También sectores fuertes del capital y de la clase dirigente europea empiezan a verse asaltados por la duda de si, en este gigantesco proceso de reafirmación global de los equilibrios de poder, no corren el riesgo de figurar entre los perdedores. El espectro del «declive», que no ha dejado de pasearse por las metrópolis estadounidenses, ha empezado a frecuentar con mayor asiduidad las calles y las plazas europeas o al menos de regiones enteras de Europa. Y no faltan los comentarios que entrevén tras las acciones de las agencias de calificación una racionalidad militar, la primera maniobra de una «guerra mundial de la deuda» en la cual el objetivo de que sobreviva el dólar como moneda soberana a nivel mundial (con la consecuencia de que los centros directivos sigan estando situados en el mercado financiero) pudiera justificar el desgaste del euro. Como telón de fondo están las noticias llegadas del Estrecho de Ormuz, que nos recuerdan que frente a una crisis de esta profundidad y duración la guerra puede ser una posible «solución» no sólo en el terreno financiero y de la deuda «soberana».</p>
<p>Digámoslo claramente: <em>la Unión Europea tal y como la hemos conocido en estos años está acabada</em>. No es un hecho del que alegrarse. Nosotros y nosotras mismas habíamos llegado a pensar que las luchas y movimientos europeos pudieran haber encontrado en la institucionalidad europea en formación, en el terreno de la ciudadanía y de la governance, un marco de referencia más dúctil que las estructuras políticas nacionales, un espacio en el seno del cual y contra el cual construir campañas y articular plataformas reivindicativas. Pues bien, aquel espacio ya no existe. Ésta es la primera lección que extraer de la crisis en esta parte del mundo. La segunda nos parece aún más importante: en el terreno nacional, toda hipótesis de afrontamiento democrático o socialista de la crisis se está mostrando como lo que realmente es: una ilusión carente de toda eficacia y tendencialmente peligrosa. Queda demostrado por estos dos años de resistencia durísima —aun restringida al terreno nacional— a las políticas de austeridad en los países más golpeados por la crisis. Grecia resulta emblemática en este orden de cosas. Resulta difícil imaginar un despliegue más radical y copioso de luchas de resistencia que el que ya ha tomado cuerpo en ese país: desde ocupaciones de plazas hasta la huelga general de larga duración, desde intentos de asaltar el parlamento hasta el bloqueo de ciudades enteras. Y aun así, la eficacia de esta movilización permanente, si la ciframos en términos de su oposición a las políticas draconianas de recorte y desmantelamiento del estado social y de derecho, ha sido próxima a cero. No hay complacencia por parte nuestra en este comentario, esto ha de quedar claro. Se hace bien en luchar, tanto en Grecia como en cualquier otro lugar. Pero nos parece que la perspectiva de la mera resistencia (de la simple defensa de las conquistas de las últimas décadas y de las instituciones que parecían destinadas a encarnarlas) se ha topado con un límite radical. En el mismo momento en que Europa se desnuda definitivamente de sus vestimentas democráticas ante los ojos de millones de ciudadanos y ciudadanas europeas, resucitándose los fantasmas de la dictadura de la regulación monetaria y del dominio colonial ejercido por un supuesto centro contra sus periferias, se demuestra la impotencia de considerar la dimensión nacional como un dique de contención o un bastión defensivo. En estas últimas décadas, los procesos de desarticulación del estado-nación han actuado muy en profundidad, sus instituciones están demasiado comprometidas con la lógica neoliberal y financiera, demasiado ha mutado la composición del trabajo vivo, demasiada es la desproporción entre la violencia del mando financiero y la dinámica de la representación política como para poder pensar hoy en un <em>New Deal</em> a nivel nacional. Un programa de salida de la crisis hacia adelante no puede ser sino un programa constituyente. A los dos aspectos que por definición caracterizan todo programa constituyente —fijación de nuevos principios no negociables y construcción de una nueva institucionalidad— se debe añadir ahora la invención de un nuevo espacio, que a nuestro parecer no puede sino ser europeo. Es un reto cuya dificultad reconocemos. Aun así, la aparición de una lucha de clases y de una «izquierda» consistentes a nivel europeo dependen de la capacidad que tengamos, en el futuro inmediato, de estar a la altura del reto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. La radicalidad y la profundidad de la crisis, tanto en el plano global como en el europeo, son ya reconocidas incluso por muchos analistas del mainstream que hablan abiertamente de un horizonte recesivo a medio plazo. En lo que respecta a Europa, si no interviene en los próximos años una solución radical de continuidad, esto significa que nos encontraremos con la consiguiente descomposición de un espacio (político, social y cultural, además de económico) ya de por sí profundamente heterogéneo. Las instituciones europeas presentaban esta heterogeneidad como uno de los puntos de fuerza de la Unión Europea (UE). El alcance de la crisis ha barrido esta retórica. Ya ni se trata de una Europa de dos o más velocidades. Cuanto acaece hoy en torno a Gran Bretaña no es menos significativo que la precipitación de Grecia hacia la suspensión de pagos: la City de Londres se postula como un polo de atracción del capital en el interior de Europa, distribuyéndolo por las sedes financieras globales y contribuyendo así a profundizar las dinámicas de ruptura de la unidad económica incluso de los países «fuertes», empezando por Alemania. Hasta la hipótesis de una ruptura de la unidad monetaria europea mediante la secesión alemana y la formación de nuevo bloque en torno al marco —como con frecuencia ha analizado Christian Marazzi— da por descontado el debilitamiento de la demanda global de productos manufacturados de exportación y la fractura de la estabilidad social, elementos de los que depende el modelo alemán. El <em>downgrading</em> de Francia hace saltar definitivamente el eje París-Berlín que era candidato a jugar el papel directivo de la Europa en crisis, abriendo otra fractura en el espacio institucional de la UE. Al este, la revuelta social de estos días en Rumanía abre otro frente de radical inestabilidad, mientras que Bruselas reacciona demagógicamente a la deriva fascista del gobierno húngaro —afortunadamente contrarrestada por un movimiento que crece fuerte— sólo cuando afecta a la autonomía del BCE.</p>
<p>Son estos procesos de descomposición del espacio europeo los que nos hacen afirmar que la UE, tal y como la conocíamos en estos años, está acabada. Quede claro que esto no significa que las instituciones europeas estén destinadas a desaparecer o que no se esté diseñando su «reforma». Hay quienes han hablado más adecuadamente —es el caso de Étienne Balibar— de una verdadera «revolución desde arriba», es decir, un intento de reforma comprehensiva de la estructura institucional de la UE en torno al BCE, que tiene como resultado una profunda modificación de la constitución material y formal tanto en el plano europeo como en el plano nacional (resulta obvio referirse aquí a las políticas de equilibrio presupuestario). El «paquete fiscal» que se ratificará en marzo culmina este verdadero intento de gestionar la crisis bajo el mando alemán, de cuyos límites son conscientes sus propios promotores y que sólo tendrá alguna oportunidad de éxito en la medida en que nos encontremos frente a la presencia de una recesión de alguna manera «controlada» y un aminoramiento de los ataques a la «deuda soberana». Para Alemania, y no solo para ella, como ya hemos dicho, la alternativa es la secesión del euro, con efectos difícilmente predecibles tanto en Europa como a nivel global.</p>
<p>No queremos detenernos en este segundo escenario. Es más importante subrayar que la «revolución desde arriba» que ya acontece vacía de toda sustancia democrática las instituciones europeas y plantea en este aspecto la absoluta urgencia de un programa constituyente. La que se configura es una Europa «gótica», dispersa y jerárquica, una Europa-mercado sin mediación democrática interna eficaz, la cual, aunque eventualmente se recomponga según geometrías y geografías variables, estará dotada de un nuevo mando soberano en las manos no sólo del BCE sino también de «los mercados», un mando que desciende desde lo alto y se distribuye de manera difusa. Concluye así brutalmente un proceso de medio siglo de construcción europea basado en una governance que equilibraba la asimetrías e impedía la aparición de eventuales convulsiones de las jerarquías estatales tradicionales. La perspectiva de este laberinto gótico, con sus arquitecturas deformes sometidas a las exigencias de los bancos y del «mercado», estará dominada por una «planificación» desde arriba, una planificación cuasi soviética, pero no para producir mercancías sino débito, aplicándose de inmediato sanciones a cualquier desviación. Es fácil predecir que, contrariamente al sueño federalista y al proyecto funcionalista de un atenuamiento de la soberanía nacional en el proceso de integración, en torno a esta nueva estructura proliferarán los soberanismos y los nacionalismos. Por un lado en los países «fuertes», para proteger sus posiciones que el discurso dominante presenta ya como amenazadas por la débil disciplina fiscal de las «periferias»; por otro lado en el interior de estas últimas, donde la reacción antieuropea empieza a asumir la forma de una reacción antialemana. En uno y otro caso nos encontramos frente a fenómenos extremadamente peligrosos que amenazan con serlo cada día más.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. Estos soberanismos y nacionalismos son hoy la otra cara de la hipótesis de una Europa gótica o de una estabilización «posneoliberal» de la gestión de la crisis. Hablamos de una estabilización posneoliberal en un sentido preciso, en el convencimiento de que en el interior de este escenario que se va configurando mediante la aprobación del «paquete fiscal» asistiremos a la reafirmación de algunos de los dogmas esenciales del neoliberalismo pero sin la perspectiva de una efectiva salida de la crisis. No existen en este escenario márgenes reales de negociación, ni en lo que respecta a una posible modificación de las políticas del BCE, ni en lo que se refiere a la evolución de los fondos de rescate o la reestructuración de la deuda soberana y la recapitalización de los bancos. Sobre esta base, nos parece una pura ilusión la idea de un área europea de inversión para el empleo y la perspectiva de una redistribución más o menos igualitaria de los impuestos, y por tanto de las rentas del trabajo y de la riqueza. La Europa de la «revolución desde arriba» está construida para afianzar la renta financiera y tiene sobre todo la ambición de garantizar un compromiso entre ésta y fracciones concretas del capital industrial. Sus propios arquitectos son conscientes del hecho de que las actuales estructuras globales del capitalismo, con un sistema financiero ocho veces más grande que la «economía real», no son sostenibles, y las actuales políticas monetarias —que no hacen sino ayudar a la especulación— son difíciles de aguantar. La estabilización posneoliberal en Europa es un proyecto botado para naufragar a largo plazo. Pero ya sabemos que a largo plazo estaremos todos muertos.</p>
<p>Una cosa es cierta: si en la Europa gótica hay quienes piensan en organizar los intereses de las diferentes fracciones del capital, no hay quien reconozca el trabajo. En todo caso, donde este reconocimiento sí se da, como en el caso de Alemania, sólo tiene espacio en el seno de las estructuras de concertación nacional. Pero estas estructuras siempre excluyen cuantitativa y cualitativamente a los trabajadores y trabajadoras definitivamente precarizadas, mientras que la posición misma del trabajo «garantizado» empieza a estar amenazada por una crisis de la que no se salva nadie. Por otra parte, en la gran mayoría de los países europeos el ataque a las condiciones del trabajo (tanto el trabajo cognitivo como el fabril, el migrante como el autóctono, el dependiente como el formalmente autónomo) no parece tener límites. Las «deudas soberanas» se cargan sobre las espaldas de mujeres y hombres cada vez más debilitados «en privado», el ataque a los salarios se combina con aquel otro a los servicios, el paro con la erosión del ahorro familiar, y así se va extendiendo la pobreza. Un aumento vertiginoso de las desigualdades sociales, que ya habían crecido desmesuradamente con los procesos de financiarización capitalistas, es la primera consecuencia de todo esto.</p>
<p>Volvemos a repetir lo que habíamos dicho al inicio: no se discute la necesidad de una resistencia indispensable frente a estos verdaderos procesos de desposesión. Es sólo en el seno de una resistencia en desarrollo que podrán tomar forma nuevas modalidades de cooperación y una nueva plataforma reivindicativa que acoja sujetos sociales diversos con el horizonte de una lucha común. Esta lucha, siguiendo las indicaciones de Plaza Tahrir, relanzada por los indignados e indignadas españoles y por el movimiento occupy de Estados Unidos, debe conquistar sus propios espacios en las ciudades europeas sacudidas por la crisis. Pero, a fin de que la lucha se vuelva constituyente y abra definitivamente la perspectiva de una superación de la crisis hacia adelante, no basta con que converjan las diversas formas de resistencia sobre el terreno metropolitano. Un nuevo programa para la conquista del común, entendido como la base material para construir una nueva modalidad de convivencia, cooperación y producción entre libres e iguales, sólo podrá escribirse sobre un espacio más amplio, que no podemos sino definir como espacio europeo.</p>
<p>Esta conciencia está bien extendida en el interior del movimiento español de los indignados e indignadas, y puede encontrar un momento de consolidación importante en la propuesta de una movilización europea para asediar el BCE en Fránkfurt el próximo mes de mayo, aniversario del 15M. «Retomemos Europa» debe convertirse en el lema movilizador. Si la crisis amenaza con marcar nuestras vidas en los próximos años, debemos equiparnos para afrontar este periodo. No partimos de cero: las luchas han sedimentado un extraordinario patrimonio de experiencias en muchos países europeos, mientras que las revueltas del Magreb y del Mashreq han entrado ya en el imaginario y el lenguaje de los movimientos europeos. Una gran campaña transnacional para liberar la deuda (y para liberar la imaginación política del chantaje de la suspensión de pagos) puede marcar hoy la apertura de un espacio de movimiento a nivel europeo. Mientras se multiplican en el plano molecular las acciones de resistencia a la deuda, se trata de construir una vía europea para las luchas, con la perspectiva de edificar programas y contrapoderes. Sin nostalgia alguna por los estados nacionales, sin compromiso alguno con la Europa gótica.</p>
<p><em>Traducción de la <a href="http://www.universidadnomada.net/spip.php?article376">Universidad Nómada</a></em></p>
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		<title>Take Europe Back!</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 00:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jason</dc:creator>
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		<description><![CDATA[by UNINOMADE COLLECTIVE 1. There was no need for Mario Draghi’s words to understand that the crisis has already reached an irreversible threshold in Europe. A crisis of “systemic dimensions” was what Jean-Claude Trichet said a couple of months ago. Now Draghi, his successor at the European Central Bank, tells us that “the situation has worsened” (January 16th).  It is difficult to understand what the worsening of a crisis of “systemic dimensions” might mean. What is certain is that the scenarios for the coming months are quite dark, not only for those who have already been paying for the crisis for years and the medicine that aliments it – austerity or, more “soberly”, economic rigor....]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>by UNINOMADE COLLECTIVE</p>
<p>1. There was no need for Mario Draghi’s words to understand that the crisis has already reached an irreversible threshold in Europe. A crisis of “systemic dimensions” was what Jean-Claude Trichet said a couple of months ago. <span id="more-1273"></span>Now Draghi, his successor at the European Central Bank, tells us that “the situation has worsened” (January 16th).  It is difficult to understand what the worsening of a crisis of “systemic dimensions” might mean.</p>
<p>What is certain is that the scenarios for the coming months are quite dark, not only for those who have already been paying for the crisis for years and the medicine that aliments it – austerity or, more “soberly”, <em>economic rigor</em>. Even consistent sectors of capital and European ruling classes are starting to doubt that, in the gigantic process of global readjustment of the equilibrium of power underway, they risk becoming one of the losers. The specter of “decline”, even if it hasn’t stopped haunting American metropolises, has started showing up in Europe’s squares more persistently – or at least in entire European regions. And there is no lack of pundits that foresee military reasoning behind the actions of rating agencies, the first maneuvers in a “global debt war” where the goal of saving the dollar as the sovereign currency on a global level (consequently maintaining the current command centers of financial markets) can justify disintegrating the Euro. In the background, the news coming from the Strait of Hormuz reminds us that, facing a crisis of this profundity and length, war can always be an attemptable “solution” not only through finance and “sovereign” debt.</p>
<p>Let’s say it clearly: <em>the European Union, as we have known it until today, is finished</em>. This is not something to be happy about. We ourselves have thought from time to time that struggles and social movements could find a more responsive framework of reference for citizenship and governance than national political structures in the growing European institutions, a space inside and against which the construction of campaigns and the articulation of assertive political platforms could be experimented. Well, that space doesn’t exist anymore. This is the first lesson to be learned from the crisis in this part of the world. The second, however, is just as important: every hypothesis of democratic or socialist answer to the crisis is being revealed for what it is – a possibly dangerous illusion lacking any efficacy. Two years of resistance has taught us this but, nevertheless, they have been two years of resistance confined to national spaces, to austerity policies in the countries hit hardest by the crisis. Greece is emblematic from this point of view. It is difficult to imagine a more radical and varied deployment of resistance struggles that what has happened there – from the occupation of squares to general strikes that lasted for days and days, from attempts to assault Parliament to entire cities paralyzed. Still the effectiveness of this permanent mobilization, in terms of contrasting the draconian policies of cuts and the dismantling of the social state and social rights, has been next to nil.</p>
<p>We’re not trying to be arrogant. Those struggles had to be done, in Greece and elsewhere. But the prospective of mere resistance within them (from the simple defense of the gains made over the last few decades and of the institutions that were supposed to incarnate them) found itself facing a radical limit. As Europe is shedding, before the eyes of millions of European citizens, any democratic vest to resuscitate the ghosts of the Commissioner as dictator, of the exclusivity of monetary regulation and colonial domination of a supposed center over the periphery, the national dimension has proven to be impotent as an extreme embankment or defensive bastion. The processes of the disarticulation of the nation-state have gone too far over the last few years, too compromised with neoliberal and financial logic are the institutions of the latter, the composition of living labor has changed too much, too deep is the disproportion between the violence of financial control and the dynamics of representation making any <em>New Deal</em> on a national base impossible today. A program to overcome the crisis by moving ahead can only be a <em>constituent program</em>: the two elements that, by definition, qualify every constituent program – fixing new, non-negotiable principles and constructing new institutionality – must however be accompanied by the invention of a new space that, for us, can only be European. We won’t hide the fact that this is an enormously difficult task. Yet, the future of class struggle and any qualified “left” in Europe depend on the capacity that we have, in the immediate future, to assume this arduous endeavor.</p>
<p>2. The radicalness and the depth of the crisis, both on a global and European level, are now recognized by many mainstream analysts who openly talk about a medium-term recession. As for Europe, if a radical solution of continuity doesn’t intervene, this means that we’ll be facing a further decomposition of a space (political, social and cultural other than economic) profoundly heterogeneous from the beginning. European institutions presented this heterogeneity as one of the strengths of the Union. The pressure of the crisis has swept this rhetoric away. Today we aren’t even talking about a Europe going two or more different directions. What is happening around Great Britain is not less important than Greece’s fall toward the ascertainment of default: the City in London hopes to function as a magnet that attracts capital from all of Europe, distributing it over the global financial markets and contributing to the depth of the rupture of the economic unity of even “strong” countries – starting with Germany. The very hypotheses of the breakdown of European monetary unity, with a German secession and the formation of a new bloc around the Mark (Christian Marazzi has often mentioned this), serves the weakening of global demand for manufactured exports and the first cracks in the social stability that the German model depends on. France’s downgrade weakens not only the “European Monetary Fund”; it definitively breaks the Paris-Berlin axis that had hoped to play a role as European director in the crisis and open another fracture line in the E.U.’s institutional space. In the east, the social revolt taking place in Romania opens another front of radical instability while the fascist derive of the Hungarian government – though being contrasted by a growing movement – caused a reaction in Brussels only when it demagogically got to the point of mentioning the autonomy of the ECB.</p>
<p>These are the decomposition processes of the European space that push us to affirm that the E.U., as we have come to know it, is finished. Let it be clear, this doesn’t mean that European institutions are destined to disappear or that plans for their “reform” don’t exist. More precisely, a few people (for example Étienne Balibar) have recently talked about a veritable “revolution from above”: an attempt to totally realign the Union’s institutional structure around the ECB, profoundly changing the material and formal constitution both on a European and national level (the reference to the balanced budget is clear here). The fiscal compact that will be signed in March indicates the framework of this attempt, lead by Germany, to manage the crisis, but whose limits are clear even to the promoters themselves and that could only succeed in the presence of a recession that is somehow “controlled” and slow in the attack on “sovereign debt”. For Germany (and not only), as we’ve said, the alternative is leaving the Euro, with effects in Europe and the globe that are difficult to predict.</p>
<p>We’ll not linger over this second scenario. It would seem more urgent to stress that the “revolution from above” currently underway empties European institution, however definitive, of every democratic substance and also suggest the absolute urgency of a constituent program on this level. A “gothic” Europe is being born, a dispersed and hierarchical Europe, a market-Europe without effective internal democratic mediations but, instead invested (and possible recomposed according to variable geometries and geographies) with a new sovereign head, the Bank – and not simply the ECB but “the markets” again – that come from above and spread widely. The 50-year process of European construction based on a governance that balanced dissymmetry and prevented the appearance of possible upheavals in the traditional hierarchy of states. In the gothic labyrinth that is awaiting, with its deformed architectures bent to the needs of banks and “markets”, a kind of “planning” from above will dominate. It has been said: a quasi-soviet planning, not to produce goods but to produce debt – making sanctions against any deviation automatic. It is easily foreseen that, contrary to the federalist dream and the functionalist project of an attenuation of sovereignty in the process of integration, sovereignisms and nationalisms will proliferate in this structure. On one side, in “strong” countries protecting positions, already the dominant discourse presents them as threatened by the weak fiscal discipline of the “periphery”; on the other side, within the latter, where the anti-European reaction is beginning to assume the form of an anti-German reaction. In both cases we are facing an extremely dangerous phenomena that threaten to become even more dangerous with each passing day.</p>
<p>3. Today, these sovereignisms and nationalisms are the other face of the hypothesis of a “gothic” Europe, i.e. a “post-neoliberal” stabilization in the management of the crisis. We are talking about a post-neoliberal stabilization in a specific sense, on the base of the conviction that in the scenario coming through the approval of the fiscal compact we will see the reaffirmation of some of neoliberalism’s essential dogmas without an effective strategy for overcoming the crisis. There are not, in this scenario, effective margins of negotiation, neither a change in ECB policy nor in the evolution of the European Monetary Fund much less in a restructuring plan of sovereign debt or the recapitalization of banks. The idea of a European investment plan for employment and the prospective of a more or less “fair” redistribution of taxes and therefore working incomes and wealth, on these bases, seem to be pure illusion. The Europe of the “revolution from above” is built to guarantee financial rent and, at most, has the ambition of guaranteeing a compromise between the latter and the specific fractions of industrial capital. Its architects are aware of the fact that capitalism’s current global assets, with a finance 8 times greater than the “real economy”, is not sustainable and that any monetary policy (that at this point only help speculation) is unlikely to survive. Post-neoliberal stabilization in Europe is a project destined to drown in the long-term. But in the long-term, it is know, we will all be dead.</p>
<p>One thing is certain: if someone is thinking about composing the interests of different fractions of capital in gothic Europe, there is no recognition of work. At most, where there are still the right conditions (for example in Germany), this recognition finds space inside the structure of national consultation. But these structures excluded more and more significant portions (both quantitatively and qualitatively) of workers who are now definitively precarious, while the very position of “secure” work is being threatened by a crisis that doesn’t exclude anyone. Elsewhere, in most European countries, the attack on working conditions (of cognitive labor and factory labor alike, of migrant and autochthonous labor, of dependent and formally autonomous labor) knows no bounds. “Sovereign debt” is dumped on men and women who are evermore “privately” indebted, the attack on wages is combined with the attack on services, unemployment and the erosion of family savings and therefore the spread of poverty. A vertiginous increase in social inequality, already harshened by the processes of the financialization of capital, is the first consequence of all of this.</p>
<p>We’ll repeat what we wrote at the beginning: resistance to these processes of dispossession is not only sacrosanct, it is indispensible. It is only inside the development of resistance that we can form new ways of cooperating and new political platforms that can unite different social subjects together in a common struggle. This struggle, following the indications of Tahrir Square, relaunched by the Spanish <em>indignados</em> and by the occupy movement in the United States, must conquer its own spaces in the European cities shocked by the crisis. But for this struggle to become constituent and finally open the prospective of overcoming the crisis, the convergence between different forms of resistance in the metropolis is not sufficient. Only in a more ample space, which we can only define as European, will it be possible to draft a new program to win the common, understood as the material base for the construction of a new way of living together, cooperation and production among free and equal people.</p>
<p>This is an understanding, amply spread within the Spanish <em>indignados</em> movement, that can find an important moment of consolidation in the proposal of a European mobilization to encircle and assault the ECB in Frankfurt next May (on the anniversary of 15M). Take Europe Back must become the keywords of that mobilization. If the crisis threatens to characterize our lives over the next years, we must prepare ourselves to face this moment.</p>
<p>We are not starting from zero: social struggles have sedimented an extraordinary legacy of experience in many European countries while the revolts in Maghreb and Meshreq have come into the imaginary and languages of European movements. A great transnational campaign to free life from debt (and the political imagination from the blackmail of default) can mark the passage of a social movement space on a European level. While the acts and initiatives of resistance to debt are multiplying on a molecular level, we must construct a European political shore for these struggles, in the perspective of building elements of counter-power and political program without any nostalgia for nation-states, without any compromise with gothic Europe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Translation: <a href="http://tragicoptimist.com">Jason Francis Mc Gimsey</a></p>
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		<title>Landini tra i taxisti, Monti in fonderia</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 22:08:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di NICOLA CASALE  e RAFFAELE SCIORTINO È bene non sottovalutare la “fase due” del governo dei banchieri, e del presidente, già battezzata Crescitalia. Siamo di fronte a un tentativo dagli esiti incerti, visto il precipitare della crisi globale che l’avvertimento via downgrading di Wall Street a Berlino sembra annunciare. [1] Nondimeno esso indica un percorso che ha dietro di sé una logica ferrea. Se la riduzione del debito pubblico scaricata sui soliti noti resta conditio sine qua non di ogni possibile exit strategy dalla crisi o anche solo di un suo tamponamento &#8211; per il rilancio del sistema è necessario reinvestire sul lavoro. Un peculiare reinvestimento che nel cuore dei “paesi avanzati” ripropone modalità dirette di...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di NICOLA CASALE  e RAFFAELE SCIORTINO</p>
<p>È bene non sottovalutare la “fase due” del governo dei banchieri, e del presidente, già battezzata <em>Crescitalia</em>.<span id="more-1236"></span> Siamo di fronte a un tentativo dagli esiti incerti, visto il precipitare della crisi globale che l’avvertimento via <em>downgrading</em> di Wall Street a Berlino sembra annunciare. <a title="" href="#_ftn1">[1]</a> Nondimeno esso indica un percorso che ha dietro di sé una logica ferrea.</p>
<p>Se la riduzione del debito pubblico scaricata sui soliti noti resta <em>conditio sine qua non</em> di ogni possibile exit strategy dalla crisi o anche solo di un suo tamponamento &#8211; per il rilancio del sistema è necessario reinvestire sul lavoro. Un peculiare reinvestimento che nel cuore dei “paesi avanzati” ripropone modalità dirette di <strong>espropriazione </strong>e <strong>proletarizzazione</strong>, una sorta di “accumulazione originaria” rinnovata da spalmare su uno spettro il più ampio possibile di attività umane già inserite nel circuito della merce ma non ancora del tutto o direttamente sussunte dal capitale finanziario. La finanza è economia “reale”, appunto.</p>
<p>La <strong>liberalizzazione</strong> della licenza dei taxisti &#8211; ma più in generale le misure contro edicolanti, benzinai, piccoli esercenti, ambulanti, le stesse “libere professioni” ecc. &#8211; cosa deve produrre infatti nelle intenzioni del governo? Due cose. Primo, un’espropriazione secca di reddito da <em>liberare</em> verso grande distribuzione, grandi studi professionali e finanziarie. Parte del salario “autoprodotto” dai padroncini che diventa profitto per nuove e vecchie corporations che possiedono il capitale utile a rastrellare licenze, concessioni e quant’altro. Secondo, deve produrre manodopera a costi nettamente inferiori di oggi eliminando garanzie e diritti anche ad ampie fasce di lavoro autonomo, conservandone magari l’”indipendenza” ma solo come paravento per lo scarico dei rischi sugli individui.</p>
<p>Costringere il 99% a vendersi a meno, a vendersi tutto: l’1% non conosce altro modo per rendere di nuovo interessante l’investimento produttivo ovvero la “crescita”. È un caso che tra le misure del governo ci sia di nuovo uno strisciante attacco all’<strong>articolo 18</strong> della “casta” degli operai? Dopo pensionati e fruitori di prime case, le attenzioni sono davvero per tutti in attesa che si escogiti il modo di attingere direttamente ai risparmi da sacrificare sull’altare dello <em>spread</em>… E non è finita, il cuore del governo batte anche e soprattutto per il pacchetto di <strong>privatizzazioni</strong> dei servizi pubblici locali da trasformare in terreni di caccia per il profitto. Santa finanza!</p>
<p>Il brutto è che il governo lavorando su un terreno già ampiamente dissodato dal Berluska (vedi la campagna sui “fannulloni” del pubblico impiego) può ora raccogliere rivolgendo <em>sobriamente</em> l’indice contro i nuovi “privilegiati” tirandosi dietro, era scontato, non solo il centro-sinistra dell’integerrimo <em>lider</em> <em>maximo</em> Scalfari ma purtroppo anche parte del sentire comune del lavoro dipendente ridotto nelle vesti del “cliente” (ma se si spera in un calo di prezzi e tariffe dei servizi basta guardare a quanto di analogo già avvenuto all’estero) e comprensibilmente acido sul punto <strong>evasione</strong> fiscale. Le differenze tra settori e condizioni sono reali, corporativismi e professionalismi non scompaiono certo di colpo, ma il risultato è la classica guerra tra poveri resa ancor più aspra dalla percezione che siamo in caduta libera. Del resto, non insospettisce che alla campagna anti-evasione si siano convertiti in un battibaleno la Confindustria dalle mille elusioni, le banche delle grandi evasioni, il centro cattolico dei palazzinari, le facce da culo berlusconiane ecc. ecc.?! A pensar male…</p>
<p>La “lotta anti-evasione” di questo governo è per un verso uno specchietto per le allodole che punta a minare alla radice la possibilità di ogni politica di “alleanze” tra lavoro dipendente, precari e la massa crescente di lavoro autonomo di prima e di seconda generazione (ovviamente non si sta parlando di professionisti ricchi, faccendieri, consulenti ammanicati con la politica, palazzinari ecc.) che si muove spesso al limite della sopravvivenza, tra fidi bancari e assenza di ammortizzatori sociali, tra rancore individuale e però anche qualche segnale di disillusione verso il berlusconismo (sul leghismo il discorso è più complesso). Per altro verso, è nelle attuali disperate condizioni del capitalismo italico reale l’esigenza di tagliare un po’ le unghie ad una lumpenborghesia che per i poteri forti nazionali e internazionali è oramai una pesantissima palla al piede.</p>
<p>Ma il punto è che in ogni caso continuerà a pagare, e sempre più salato, chi sta in basso mentre qualunque recupero dovesse esserci andrà esclusivamente a salvare banche e grandi imprese. E allora se invece di cascare nella trappola iniziassimo finalmente una discussione seria e comune su welfare e beni comuni sottratti effettivamente al mercato e su come non pagare il conto alla finanza? Se invece di fissarci sulle differenze -minime oggi alla scala della finanza globale e soprattutto della messa a rischio del futuro per la stragrande maggioranza- cercassimo di creare ponti tra lavoratori tutti in un modo o nell’altro precarizzati?</p>
<p>All’immediato può sembrare ed è probabilmente irrealistico vedere… i comitati dell’acqua tra i lavoratori licenziati dei vagoni letto o Landini tra i taxisti e i precari a fare “tesseramento sociale” per la Fiom. Ma fino a qualche mese fa nessuno si aspettava che i Notav si occupassero di debito. Il governo a tutt’oggi ha consenso, inutile negarlo, ma un consenso basato sulla paura che paralizza, la <strong>paura della bancarotta</strong>, trasversale a tutti i ceti. Un consenso passivo, che oggi pare quasi obbligato, ma in una situazione che corre sul filo del rasoio e riserverà molte sorprese…</p>
<p>17 gennaio ‘12</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[1]</a> Vedi Casale, Sciortino, <em>Usa vs Germania. La sinistra colga la posta in gioco</em>, Il Manifesto, 21 dicembre ’11 (in rete).</p>
</div>
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