Devastazione e saccheggio è la formula con cui la Cassazione ha circoscritto, in via definitiva, una parte dei fatti avvenuti durante i tre giorni del G8 del 2001 a Genova. Al di là dei passaggi tecnici che hanno modificato la decisione di secondo grado, resta il significato politico di quella sentenza e del modo in cui ordina la memoria pubblica di quei giorni.

Dopo i procedimenti relativi alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto, la decisione ha contribuito a leggere Genova come uno spazio eccezionale, quasi bellico. In questa cornice, la responsabilità per le violenze commesse dalle forze dell'ordine e quella attribuita ai manifestanti vengono spesso disposte come elementi speculari, da rimuovere per ristabilire un'immagine lineare dell'ordine pubblico.

La questione non riguarda soltanto il numero delle persone condannate o la qualificazione dei singoli episodi. Riguarda anche ciò che una società decide di ricordare e il lessico con cui lo fa. Le narrazioni dominanti non sono neutrali: si formano in rapporto ai dispositivi di potere, alle istituzioni e alle forme di consenso che definiscono ciò che può essere considerato una protesta, una resistenza o una minaccia.

Per questo il caso di Genova continua a interrogare il rapporto tra manifestazione del dissenso e tutela dell'ordine. La libera espressione politica non può essere compresa separandola dalle condizioni materiali in cui si svolge, dalle pratiche di controllo e dall'uso differenziale della forza. Anche la selezione delle responsabilità produce una gerarchia tra danni, corpi e beni, trasformando esperienze concrete in unità astratte di peso e misura.

La sproporzione tra le conseguenze subite da chi ha partecipato agli scontri e quelle riconosciute per le violenze contro persone detenute o inermi mostra quanto sia difficile parlare di diritto come se fosse separato dai rapporti sociali. La giustizia, nella sua applicazione concreta, non opera in un vuoto: stabilisce quali beni proteggere, quali sofferenze rendere visibili e quali soggetti assumere come rappresentativi.

La paura della devastazione e del saccheggio non è soltanto una reazione a eventi materiali. È anche una forma politica, capace di organizzare il consenso e di delimitare ciò che può essere detto o rivendicato. In tempi di crisi, quelle parole possono diventare etichette pronte per descrivere chi disturba il buon ordine dei mercati, delle istituzioni e delle gerarchie sociali.

Rileggere Genova significa quindi non accontentarsi della formula giudiziaria. Significa osservare come una sentenza, un racconto mediatico e una pratica di governo concorrano a definire il campo del possibile. La storia non si esaurisce nelle aule dei tribunali: resta aperta nella memoria dei movimenti e nella ricerca di un linguaggio capace di nominare conflitto, responsabilità e violenza senza appiattirli.