Le reazioni al vertice europeo di dicembre 2011 furono in larga parte negative. L'accordo sul patto fiscale, promosso dal governo tedesco e accettato dalla maggioranza dei leader europei, delineava nuove regole per l'area dell'euro ma lasciava aperti interrogativi sulla sua ratifica e sugli effetti sulla sovranità degli Stati membri.
Le misure più immediate vennero affidate alla Banca centrale europea. La riduzione dei tassi e l'offerta di prestiti triennali alle banche avrebbero dovuto incoraggiare l'acquisto di titoli pubblici. Tuttavia, la liquidità non eliminava il rischio: gli istituti di credito continuavano a valutare con cautela i bilanci sovrani e le conseguenze di eventuali nuovi controlli patrimoniali.
Indurre le banche nazionali a sostenere il debito pubblico poteva apparire come una risposta patriottica, ma rischiava di trasferire il problema dal mercato finanziario all'economia privata. Un sistema bancario già esposto avrebbe avuto meno risorse per finanziare imprese, famiglie e attività produttive.
La discussione sull'eventuale acquisto di titoli da parte della Banca centrale europea mostrava una contraddizione destinata a segnare il dibattito successivo: da una parte l'austerità e la richiesta di disciplina dei conti, dall'altra la necessità di evitare deflazione, recessione e frammentazione finanziaria.
Il patto fiscale e la questione della sovranità
Il patto fiscale imponeva obiettivi severi ai paesi con elevato debito pubblico. La riduzione programmata della quota eccedente il 60% del prodotto interno lordo avrebbe richiesto correzioni annuali difficili da sostenere in economie già indebolite dalla crisi. La questione non era soltanto contabile: riguardava il margine di decisione dei parlamenti nazionali e la distribuzione dei costi sociali dell'aggiustamento.
La posizione tedesca veniva ricondotta alla tradizione dell'ordoliberalismo, cioè a una concezione nella quale lo Stato deve costruire e sorvegliare l'ordine concorrenziale senza sostituirsi al mercato. Questa impostazione attribuiva grande importanza alla stabilità, alla regolazione e alla responsabilità dei singoli governi, ma entrava in tensione con una moneta condivisa e con economie profondamente interdipendenti.
Il problema europeo appariva quindi come un vuoto di sovranità: gli Stati conservavano responsabilità politiche e sociali, mentre gli strumenti monetari e finanziari erano organizzati a livello comune senza un corrispondente governo democratico dell'economia. La stabilità, perseguita come principio ordinatore, poteva così produrre nuove forme di instabilità.
Rileggere oggi quel passaggio significa osservare il momento in cui debito, banche e istituzioni europee vennero ricomposti dentro una stessa domanda: chi decide, e per conto di chi, quando la crisi supera i confini nazionali?