Non servivano nuove dichiarazioni per capire che la crisi aveva raggiunto una soglia irreversibile. Le istituzioni europee descrivevano una situazione di dimensioni sistemiche, mentre l'aggravarsi della recessione rendeva più evidente il costo sociale delle politiche di austerità e di rigore economico.
Il problema non riguardava soltanto chi pagava la crisi da anni. Anche settori consistenti del capitale e delle classi dirigenti europee iniziavano a dubitare del proprio ruolo nel riequilibrio globale dei poteri. Il rischio di declino, insieme alla possibilità di una guerra finanziaria intorno ai debiti sovrani e alle valute, riportava il conflitto europeo dentro uno scenario internazionale più ampio.
L'Unione europea conosciuta fino ad allora appariva dunque esaurita come spazio democratico di riferimento. Le lotte sociali avevano cercato nelle istituzioni europee un terreno più aperto delle strutture nazionali, ma la crisi mostrava i limiti di quella speranza. La resistenza, pur necessaria, restava confinata entro i confini degli Stati e incontrava difficoltà nel fermare tagli, privatizzazioni e smantellamento dei diritti sociali.
Oltre la semplice resistenza
Le mobilitazioni in Grecia offrivano un esempio evidente: occupazioni delle piazze, scioperi generali e pratiche di blocco avevano costruito una presenza politica ampia e radicale. Tuttavia la loro efficacia nel contrastare le politiche imposte dall'emergenza del debito rimaneva limitata. Non si trattava di svalutare quelle lotte, ma di riconoscere il limite di una difesa priva di un nuovo spazio istituzionale e politico.
La trasformazione della composizione del lavoro, la precarizzazione e la distanza crescente tra controllo finanziario e rappresentanza rendevano improbabile un nuovo accordo fondato soltanto sulla dimensione nazionale. Un programma capace di superare la crisi avrebbe dovuto essere costituente: fissare principi non negoziabili, immaginare nuove istituzioni e costruire uno spazio politico europeo.
Nel frattempo prendeva forma una riorganizzazione dall'alto. Il rafforzamento del ruolo delle banche e dei mercati, i vincoli di bilancio e la disciplina del debito svuotavano le istituzioni europee di sostanza democratica. Ne risultava un'Europa gerarchica e dispersa, nella quale la pianificazione non mirava alla produzione di beni ma alla produzione e al controllo del debito.
Il lavoro al centro
In questo quadro non compariva un riconoscimento effettivo del lavoro. Le forme nazionali di consultazione escludevano porzioni sempre più ampie di lavoratrici e lavoratori precari, mentre l'attacco alle condizioni di lavoro investiva attività cognitive e industriali, lavoro migrante e autoctono, occupazione dipendente e formalmente autonoma.
Il debito sovrano veniva trasferito su persone già indebitate privatamente. La pressione sui salari si univa alla riduzione dei servizi, alla disoccupazione e all'erosione dei risparmi. L'aumento delle disuguaglianze sociali era una conseguenza diretta della finanziarizzazione e delle politiche adottate per governare la crisi.
Un programma europeo
Le esperienze delle piazze nordafricane, delle mobilitazioni spagnole e dei movimenti contro l'occupazione finanziaria indicavano la possibilità di un altro percorso. Le città europee colpite dalla crisi potevano diventare luoghi di convergenza tra forme diverse di resistenza, a condizione di costruire un programma comune.
Il comune, inteso come base materiale per nuove forme di convivenza, cooperazione e produzione tra persone libere ed eguali, poteva offrire quel terreno. Una mobilitazione europea contro il potere della banca centrale e contro il ricatto del debito avrebbe potuto trasformare la protesta dispersa in una campagna transnazionale per liberare la vita dalla subordinazione finanziaria.
Non si partiva da zero. Le lotte sociali avevano sedimentato esperienze importanti in molti paesi, mentre le rivolte del Mediterraneo avevano arricchito l'immaginario politico europeo. Occorreva costruire una sponda politica comune per quelle pratiche, senza nostalgia per gli Stati-nazione e senza accettare una nuova Europa governata esclusivamente dall'alto.