Che cosa accade quando il sapere sociale generale diventa una forza produttiva immediata? È questa la domanda da cui muove Gerald Raunig nel volume Fabbriche del sapere, industrie della creatività, pubblicato da ombre corte. Il titolo richiede una precisazione: la fabbrica non indica soltanto un edificio, ma un addensamento di forza-lavoro, sfruttamento, conflitti e organizzazione.
Nella produzione diffusa questo addensamento sembra disperdersi, ma ritorna nelle forme della resistenza e della cooperazione. Parlare di “fabbrica del sapere” aiuta così a interrogare i luoghi del conflitto dentro la metropoli produttiva, senza ridurre l'università a una semplice macchina neo-taylorista. La questione è capire come un sapere vivo, eccedente rispetto alle forme tradizionali dell'organizzazione capitalistica, venga misurato e catturato.
L'università modulante
Raunig individua alcune tendenze dell'università modulante: la misurazione del sapere e della ricerca, l'aumento dei costi e dell'indebitamento, la trasformazione dello studente in investitore della propria precarietà, la dequalificazione della conoscenza e la costruzione di nuove gerarchie. L'autonomia viene reinterpretata come libertà d'impresa e l'eccellenza diventa un criterio di standardizzazione.
Questi processi non riguardano soltanto le istituzioni private. Il pubblico partecipa all'aziendalizzazione attraverso dispositivi di comando e controllo che orientano l'economizzazione delle università. La stessa modulazione investe le industrie creative: insicurezza, precarietà e auto-imprenditorialità vengono presentate come indipendenza, mentre il costo del lavoro si riduce.
Il mito dell'artista indipendente può così diventare una risorsa per abbassare i livelli salariali. Il lavoro cognitivo resta attraversato da comando e sfruttamento, con effetti sulla vita quotidiana e sulla possibilità di sostenere nel tempo la cooperazione. Chi mette in discussione questo modello rischia di essere escluso dalle risorse che rendono possibile continuare a lavorare.
Riappropriare gli strumenti
La prospettiva del libro si allontana da una lettura fondata soltanto sulla passività del lavoro vivo. Raunig osserva invece la possibilità di una riappropriazione del capitale fisso da parte delle soggettività che lo utilizzano e lo trasformano. Gli strumenti, le istituzioni e i linguaggi non sono neutrali, ma possono essere riaperti attraverso pratiche collettive.
La domanda diventa allora come interrompere gli apparati della cattura. I concetti acquistano valore quando vengono messi alla prova nelle lotte: non come categorie chiuse, ma come strumenti per forzare la realtà. L'università modulante tende a depoliticizzare il pensiero traducendo la teoria in recinti disciplinari; le pratiche di diserzione cercano invece spazi di autonomia dentro le istituzioni e forme di auto-organizzazione oltre i loro confini.
In questa tensione rientrano le mobilitazioni studentesche, le proteste contro la standardizzazione dei percorsi formativi e le pratiche transnazionali di riappropriazione dello spazio pubblico. Le occupazioni possono diventare macchine sociali, luoghi in cui si sperimentano durata, organizzazione e produzione comune. Anche il lavoro artistico e culturale pone il problema di uno sciopero capace di interrompere la valorizzazione e di restituire tempo alla cooperazione.
Creare spazio comune
Il problema dell'organizzazione resta aperto. La riterritorializzazione non coincide con il ritorno a radici immaginate o comunità protette: nelle crisi e nei movimenti esiste sempre il rischio di cercare sicurezza in luoghi chiusi. La sfida è creare nuovo spazio comune, combinando la diffusione della produzione del sapere con l'intensità dei processi di organizzazione.
Per questo l'inchiesta deve seguire gli assemblaggi delle lotte, i nessi tra esperienze e i dispositivi di ricomposizione. I movimenti contemporanei non si lasciano esaurire nella contrapposizione tra macropolitica e micropolitica: la loro forma è insieme molteplice e organizzata, aperta alla durata e alla rottura. Il libro invita a leggere questa tensione come un terreno politico, nel quale lavoratrici e lavoratori della conoscenza possano riconoscersi come parte di una cooperazione più ampia.
Testo pubblicato originariamente su il manifesto il 16 ottobre 2012. Questa pagina conserva il contributo come materiale d'archivio, con una presentazione editoriale aggiornata.