Il punto di partenza è una constatazione: nel presente produrre è diventato, in misura crescente, un atto comune. Il lavoro non si esaurisce più nello spazio della fabbrica; coinvolge saperi, relazioni, linguaggi, mobilità e forme di cooperazione diffuse nella società.

La trasformazione modifica insieme le condizioni dello sfruttamento, i rapporti di potere, il paradigma del lavoro e la produzione di valore. Le attività contemporanee continuano a comprendere fatica, subordinazione e diseguaglianza, ma mettono anche in rete capacità singolari e intelligenze condivise. Proprio questa dipendenza dalla cooperazione apre spazi di conflitto, resistenza e invenzione.

Pensare il nuovo capitalismo significa quindi osservare il passaggio da un modello centrato esclusivamente sulla produzione seriale a un sistema che investe l'intera società. La metropoli diventa un luogo produttivo generalizzato: qui circolano conoscenze, desideri, pratiche e forme di vita, e qui si concentrano anche i tentativi di controllo e appropriazione.

Una produzione che chiede nuove categorie

Se la produzione è comune dal punto di vista tecnico, la sua dimensione politica richiede categorie giuridiche e istituzionali nuove. Le forme ereditate continuano spesso a descrivere la società come una somma di individui oppure come una popolazione amministrata, lasciando in ombra i processi cooperativi attraverso cui il valore viene creato.

Il problema riguarda anche le categorie di privato e pubblico. La proprietà privata può sottrarre a molti ciò che soltanto la cooperazione rende possibile; il pubblico, quando coincide con l'appropriazione statale, può trasformare il comune in qualcosa da amministrare dall'alto. In entrambi i casi il rischio è separare le persone dalla loro capacità di produrre, organizzare e trasformare insieme.

Il comune non è una sostanza già data, né un'identità immobile. È un processo: nasce dal fare, dal partecipare, dal muoversi, dal condividere e dal riaprire continuamente le condizioni della cooperazione. Per questo non può essere ridotto a un fondamento naturale o a una semplice appartenenza.

Democrazia come gestione comune

Una democrazia del presente deve allora essere ripensata come gestione comune del comune. Ciò implica ridefinire lo spazio politico in senso cosmopolitico e il tempo come processo costituente. Non si tratta soltanto di stabilire ciò che appartiene a tutti, ma di riconoscere che ciò che viene prodotto da tutti deve poter essere governato da tutti.

Le esperienze di riappropriazione rendono visibile questa possibilità. Dentro la metropoli si tracciano percorsi trasversali, si costruiscono istituzioni dal basso e si sperimentano forme di cooperazione capaci di attraversare confini, identità e appartenenze. L'invenzione del comune è, in questo senso, un compito politico aperto.