All'ombra delle trasformazioni politiche che nel 2011 attraversavano il Mediterraneo e il Medio Oriente, anche i Balcani erano attraversati da proteste, conflitti sociali e una diffusa sfiducia verso le istituzioni. In Romania, Albania, Croazia, Serbia e Bosnia le mobilitazioni contestavano tagli, disoccupazione, nuove leggi sul lavoro e l'erosione delle protezioni sociali.

Il confronto con il Maghreb non può essere un'analogia semplice. Le storie politiche e sociali delle due aree sono differenti; tuttavia, le proteste rendevano visibile una domanda comune: comprendere che cosa si nascondesse dietro l'ira pubblica e quali forme di organizzazione potessero emergere oltre i partiti tradizionali.

Il deserto della transizione

Per leggere la crisi occorre considerare i vent'anni di trasformazioni seguiti alla fine del socialismo di Stato. La cosiddetta transizione aveva promesso democrazia, prosperità e integrazione europea, ma in molte aree aveva prodotto privatizzazioni, indebitamento, precarizzazione e un progressivo indebolimento dei servizi pubblici.

La riduzione dello Stato sociale e il trasferimento di risorse verso élite politiche ed economiche avevano lasciato molte persone senza strumenti effettivi di partecipazione. La liberalizzazione veniva presentata come un percorso inevitabile, mentre la sua durata indefinita serviva spesso a giustificare ulteriori riforme e nuove cessioni di beni comuni.

In questo quadro, la nostalgia per alcuni aspetti del passato non va letta soltanto come desiderio di restaurazione. Può indicare anche una critica del presente: la percezione che l'emancipazione sociale, l'istruzione e la sicurezza economica fossero state sacrificate senza che la promessa di autonomia politica fosse mantenuta.

La politica europea nei Balcani

L'Unione Europea rappresentava il principale agente della transizione regionale. L'adesione veniva proposta come ricompensa al termine di un percorso di riforme, ma i rapporti tra centro e periferia restavano diseguali. La libera circolazione dei capitali avanzava più rapidamente della libera circolazione delle persone e il controllo esterno lasciava ampi margini di responsabilità alle élite locali.

Nei Balcani occidentali, stabilizzazione, gestione dei confini e riforma economica procedevano insieme. Gli accordi istituzionali potevano fermare la violenza nel breve periodo, ma rischiavano di consolidare divisioni territoriali ed etniche. La stabilità amministrativa non coincideva necessariamente con l'integrazione sociale o con la democratizzazione.

La crisi delegittimava così sia le istituzioni europee sia i governi nazionali che ne applicavano le politiche. L'euroscetticismo non era riconducibile a una sola corrente: poteva nascere dal nazionalismo, ma anche dalla critica di sinistra alla subordinazione economica e alla perdita di controllo democratico.

L'inverno del dissenso croato

Le proteste croate del 2011 resero evidente questo intreccio. La crisi economica, le privatizzazioni e la disoccupazione si unirono alla sfiducia verso un sistema politico percepito come chiuso. Le manifestazioni non si limitarono a chiedere un cambio di governo: misero in discussione l'intero regime di rapporti tra partiti, imprese, banche e istituzioni.

Un ruolo decisivo fu svolto dai movimenti studenteschi che, negli anni precedenti, avevano contestato la privatizzazione dell'università. Le occupazioni degli atenei avevano creato assemblee aperte, i plenumi, nelle quali studenti e cittadinanza discutevano sia i contenuti delle rivendicazioni sia le modalità dell'azione.

Queste pratiche si collegarono alle mobilitazioni per il diritto alla città, agli scioperi del lavoro e alle proteste contro la trasformazione commerciale degli spazi urbani. La democrazia diretta non veniva intesa soltanto come referendum, ma come forma quotidiana di organizzazione politica.

Non una rivoluzione di colore

La novità delle proteste non consisteva nella semplice sostituzione di un governo con un altro. Le marce attraversavano i luoghi del potere economico e politico: partiti, banche, uffici pubblici, media e organismi legati alle privatizzazioni. La critica investiva il sistema che produceva disuguaglianza, non soltanto il suo volto istituzionale.

Il movimento restava eterogeneo e non offriva garanzie sul proprio esito. Proprio per questo, però, mostrava l'ingresso di una nuova generazione nella politica attraverso assemblee, università e strade, invece che attraverso i canali ordinari della rappresentanza. La nuova sinistra croata si distingueva tanto dal passato del socialismo di Stato quanto dai partiti socialdemocratici esistenti.

Una nuova alba?

Le proteste non permettevano previsioni certe. Nei Balcani, la mobilitazione popolare poteva essere riassorbita dal nazionalismo o trasformarsi in una pratica democratica più ampia. Restava però una lezione: una situazione iniziata in modo confuso poteva essere riorientata da forme creative e progressive di partecipazione.

Il punto comune tra le mobilitazioni balcaniche e quelle del mondo arabo non era un'identità politica, ma la contestazione di regimi senza un unico volto. In entrambi i casi, la domanda riguardava il diritto di intervenire sulle condizioni materiali della vita e di costruire istituzioni più responsabili verso la società.


[1] Il saggio discute proteste e trasformazioni politiche osservate nel 2011, con riferimenti a studi, articoli e materiali dell'epoca.

[2] I riferimenti bibliografici originali comprendono lavori sulla transizione post-socialista, sulla politica europea nei Balcani e sulle pratiche di democrazia diretta.