Perché il lavoro occupa una posizione così centrale nelle nostre vite? E perché questa centralità cresce proprio mentre la precarietà ridefinisce il rapporto con il lavoro e la crisi colpisce l'occupazione? La conversazione con Kathi Weeks, politologa e femminista, prende avvio da queste domande e interroga la possibilità di costruire un oltre il lavoro salariato e l'istituzione familiare che organizza una parte rilevante del lavoro domestico gratuito.
Il punto di partenza è una critica del lavoro come misura quasi esclusiva del tempo, dell'identità e dell'inclusione sociale. L'analisi, sviluppata nel libro The Problem with Work, non riguarda soltanto le donne: riguarda il modo in cui la società organizza reddito, riconoscimento, relazioni e accesso ai servizi attorno al lavoro.
Qual è il problema con il lavoro?
I problemi sono diversi. Il lavoro monopolizza una grande quantità di tempo ed energie: non comprende soltanto le ore trascorse sul posto di lavoro, ma anche la preparazione, l'organizzazione e il recupero. In molti casi non svolgiamo semplicemente un lavoro: la nostra identità viene modellata da esso.
Il lavoro domina inoltre l'immaginario politico e sociale. A esso sono legati diritti, riconoscimento, identità e reti di relazione. Il lavoro salariato, però, non funziona come sistema completo di redistribuzione e inclusione. La critica femminista ha mostrato quante attività socialmente produttive restino escluse dai criteri con cui si distribuisce la ricchezza, a cominciare dal lavoro domestico e di cura.
Un ulteriore problema è l'etica del lavoro. Nei contesti produttivi contemporanei, soprattutto nei servizi e nel lavoro di cura, il controllo diretto lascia spazio all'autodisciplina. Ai lavoratori viene richiesto di investire soggettività, emozioni e identità nella prestazione. L'etica del lavoro diventa così un dispositivo di assoggettamento.
Come si intrecciano lavoro, classe e genere?
Il lavoro è uno spazio nel quale si formano identità di classe e identità segnate dal genere e dalla razzializzazione. La divisione sessuale del lavoro continua a riguardare sia il lavoro salariato sia quello non pagato. La segregazione occupazionale e salariale si accompagna alla permanenza di una distribuzione diseguale del lavoro domestico.
La cosiddetta femminilizzazione del lavoro non dovrebbe quindi nascondere la gerarchia che organizza le mansioni. Anche quando la divisione appare casuale, continua a operare l'idea che alcune attività siano naturalmente più adatte alle donne o agli uomini. Per comprendere il presente occorre rendere visibili questi modelli e le loro conseguenze.
Che cosa ha reso possibile il femminismo marxista degli anni Settanta?
Le esperienze legate alla rivendicazione del salario per il lavoro domestico hanno riconosciuto quest'ultimo come lavoro socialmente necessario, senza il quale il lavoro salariato non potrebbe funzionare. Hanno reso visibile il rapporto tra produzione e riproduzione e aperto un terreno di rivendicazioni radicali.
La questione resta complessa: riconoscere il lavoro domestico non significa aggiungerlo al lavoro salariato come un ulteriore obbligo. Il tempo di vita non può esaurirsi nella somma tra lavoro pagato e lavoro domestico. Occorre piuttosto riorganizzare la cura e distribuirla in modo che non occupi interamente la vita di alcune persone.
Quale rapporto esiste tra reddito, cura e oltre il lavoro?
La domanda di un reddito di base può ampliare la discussione oltre la figura della casalinga e oltre un'idea della cura legata esclusivamente al genere. Al tempo stesso, non dovrebbe rendere invisibile il lavoro domestico svolto dalle donne. La sfida è tenere insieme analisi femminista e richiesta di reddito, mettendo la vita al centro dei processi sociali ed economici.
La produzione contemporanea dipende infatti da soggetti, relazioni e temporalità che si trovano anche fuori dai luoghi e dagli orari del lavoro salariato. È in questo spazio, tra produzione e riproduzione, che si apre una linea di conflitto e di possibilità.
Oltre il lavoro salariato, la famiglia è il principale spazio da ripensare?
La riduzione dell'orario di lavoro viene spesso giustificata con la possibilità di avere più tempo per la famiglia. Ma una prospettiva più ampia dovrebbe lasciare aperto il campo di ciò che si può fare con il tempo liberato: cooperazione, relazioni e attività non subordinate né al lavoro salariato né alla famiglia come istituzione che regola il lavoro domestico gratuito.
Parlare di un oltre la famiglia e di un oltre il lavoro salariato significa immaginare altre forme di relazione sociale. Non si tratta di abbandonare le responsabilità di cura, ma di sottrarle alla loro distribuzione diseguale e alla loro trasformazione in un obbligo privato.
Che cosa significa un'idea espansiva della riproduzione sociale?
Significa pensare l'antagonismo tra accumulazione e riproduzione sociale senza separare rigidamente lavoro salariato, famiglia e cura. Una soluzione fondata soltanto sull'acquisto di servizi rischia di mercificare la cura e di renderla accessibile in modo diseguale. La critica deve invece puntare a nuove forme di relazione e cooperazione dentro e fuori la famiglia.
La crisi può rendere visibili queste possibilità, ma non le produce automaticamente. Può modificare il rapporto con i consumi e con il tempo, ma il lavoro resta centrale. Per questo la richiesta di un reddito di base e quella di una riduzione dell'orario possono diventare strumenti per aprire uno spazio di trasformazione.
Il post-lavoro è un orizzonte utopico?
L'idea del post-lavoro propone un immaginario nel quale il lavoro sia una parte della vita, non la sua misura totale. È un modo per pensare tempi, identità e impegni politici senza considerarli subordinati al dovere di lavorare.
Le lotte concrete possono tuttavia chiedere contemporaneamente più lavoro, lavoro migliore e meno lavoro. Queste domande non sono facilmente componibili, ma acquistano significato nei processi reali di mobilitazione. La prospettiva anti-lavorista riguarda la critica all'etica e ai valori del lavoro; quella post-lavorista amplia l'immaginazione delle forme di vita possibili.
Rifiuto del lavoro e immaginazione utopica sono dunque due momenti complementari. La libertà non riguarda soltanto una distribuzione più giusta delle risorse, ma anche la possibilità di creare collettivamente relazioni, istituzioni e beni. Criticare il lavoro significa interrogare il controllo sui suoi contenuti, sui suoi tempi e sulle relazioni che produce.
Riflettere sul lavoro come fenomeno politico, e non soltanto economico, permette infine di riconoscere le pratiche che resistono all'etica della prestazione. È un esercizio utile per immaginare una diversa organizzazione della cura, del reddito, del tempo e della cooperazione sociale.