Il voto del 20 novembre 2011 si è svolto dentro un copione già in gran parte definito. La conclusione del governo socialista e l'accettazione delle misure di austerità avevano preparato il terreno molto prima dell'appuntamento elettorale: il passaggio di maggioranza non ha modificato l'orientamento generale della politica economica.

Il PSOE ha registrato il risultato peggiore della propria storia elettorale, perdendo milioni di voti rispetto al 2008. Il Partido Popular ha invece ottenuto soltanto un incremento limitato, sufficiente però a garantirgli la maggioranza assoluta grazie al crollo della base socialista. Il dato suggerisce che il nuovo equilibrio parlamentare nasce soprattutto dalla crisi di un partito, non da un'adesione entusiasta a un nuovo progetto.

Il carattere più significativo del processo sta nella distanza tra la meccanica del sistema dei partiti e l'intelligenza collettiva emersa nelle piazze e nelle reti del 15M. La relativa tolleranza iniziale verso accampamenti e manifestazioni aveva mostrato i limiti di ogni tentativo di governare la crisi con una versione attenuata dell'austerità. Il movimento aveva già reso visibile l'insufficienza di quella alternativa.

La sconfitta socialista era dunque prevedibile. La disoccupazione, la subordinazione alle esigenze della finanza e la perdita di credibilità avevano consumato il rapporto con una parte decisiva della società. Il 15M ha trasformato quella perdita in una frattura politica, senza però identificarsi semplicemente con le sinistre parlamentari: il suo lessico ridefiniva piuttosto le coordinate tradizionali di destra e sinistra.

La fine del periodo di grazia e la prima crisi del 15M

Con l'insediamento del governo Rajoy si chiudeva la breve fase in cui i movimenti potevano ancora immaginare un confronto con le istituzioni. Il nuovo quadro nazionale e territoriale prometteva tagli alla spesa e ai servizi fondamentali, mentre in alcune comunità autonome le politiche di riduzione del welfare erano già in corso.

La prima crisi del sistema-rete 15M va intesa nel senso etimologico di un passaggio e di una scelta. Il 15 ottobre le persone tornarono in strada in numeri molto ampi, ma il ciclo di mobilitazione aveva già incontrato un punto di inflessione rispetto ai mesi precedenti. A pesare erano i limiti organizzativi del movimento e le diverse intensità delle lotte contro l'austerità in Europa.

Le assemblee nate dagli accampamenti avevano consentito al movimento di diffondersi nelle città e nei centri minori. Erano istituzioni fragili ma riconoscibili, aperte alla partecipazione diretta. Al loro interno riemergevano tuttavia problemi di identità, decisione e durata: la ricerca del consenso poteva rallentare l'azione, mentre il numero dei partecipanti diminuiva rispetto alla primavera.

Dopo le mobilitazioni autunnali, gruppi assembleari e collettivi impegnati contro gli sfratti iniziarono a occupare edifici inutilizzati per accogliere famiglie, organizzare riunioni e offrire spazi al movimento. In diversi casi le assemblee locali sostennero queste iniziative, trasformando la disobbedienza civile non violenta in una pratica condivisa.

Un altro fronte riguardava la difesa della sanità e dell'istruzione. In Catalogna le commissioni di quartiere collaboravano con i comitati dei centri ospedalieri contro i tagli; a Madrid la riduzione degli insegnanti precari alimentò la protesta della “marea verde”. Scioperi, assemblee e partecipazione di studenti e famiglie mostrarono l'ibridazione tra forme sindacali e metodi elaborati dal 15M.

La stessa idea di servizio pubblico restava però problematica. La difesa dell'esistente non bastava a superare le barriere corporative né a costruire pratiche capaci di allargarsi oltre i settori direttamente coinvolti. Il movimento doveva confrontarsi con la necessità di ricomporre conflitti differenti senza ridurli a una sola rappresentanza.

Tra divenire e neutralizzazione

Il risultato elettorale non cancellava la forza del 15M, ma apriva una fase più difficile. Le campagne contro il bipartitismo, le critiche alla legge elettorale e le ipotesi di astensione o voto nullo indicavano una ricerca di forme politiche non esaurite dall'appartenenza partitica.

Non esistevano soluzioni organizzative immediate. Il movimento avrebbe dovuto misurarsi con la criminalizzazione delle pratiche di resistenza, con le tensioni territoriali e con il tentativo delle forze parlamentari di riassorbirne l'energia. La questione decisiva non era prevedere un esito, ma mantenere aperto il problema di come articolare conflitti sociali, assemblee e dimensione europea.

Il futuro della forma 15M dipendeva dalla capacità di collegare le lotte oltre i confini nazionali, di dare un linguaggio comune alle mobilitazioni contro la dittatura finanziaria e di immaginare nuove istituzioni democratiche. L'archivio di quella stagione conserva così non una profezia, ma una serie di domande sulla partecipazione, sulla rappresentanza e sulla costruzione del comune.

[1] Il riferimento riguarda le iniziative civiche nate attorno alla critica del sistema elettorale.

[2] La legge Sinde era una normativa spagnola relativa alla tutela del diritto d'autore online.

[3] Il testo richiama i problemi e le sfide interne alla forma organizzativa del 15M.

[4] PAH indica le piattaforme cittadine contro gli sfratti e per il diritto all'abitare.

[5] Le occupazioni di edifici vuoti furono usate come spazi di accoglienza e organizzazione.

[6] CCOO e UGT sono organizzazioni sindacali presenti nel dibattito dell'epoca.

[7] La “marea verde” riuniva lavoratori della scuola, studenti e famiglie contro i tagli.

[8] DRY, Democracia Real Ya, fu una delle reti civiche emerse nel ciclo di mobilitazione.