Articoli · 05 febbraio 2012
Metamorfosi del mondo indio
Un percorso tra antropologia, prospettivismo e pensiero indigeno per interrogare le eredità coloniali e le possibilità di una decolonizzazione permanente del pensiero.
L'antropologia sembra aver ritrovato un terreno che non aveva mai davvero abbandonato: la forza dell'alterità e la capacità dei soggetti studiati di trasformare il sapere che li riguarda. In questa prospettiva, la disciplina appare come un territorio conteso, attraversato da una volontà di conoscenza che può rovesciarsi e lasciarsi interrogare dai mondi che incontra.
Una definizione dell'antropologia può così accostarsi a quella dell'antropofagia: non un discorso occidentale onnicomprensivo e normalizzante, ma un dispositivo capace di restituire immagini degli altri e di noi che introducono distanza, disorientamento e possibilità. Accanto ai luoghi, ai corpi e ai rituali, riemergono mitologie e opposizioni capaci di mettere in discussione i confini consueti della disciplina.
L'eredità di Claude Lévi-Strauss continua a occupare questo spazio. Dai suoi studi sui tropici alle strutture della parentela e delle mitologie, il pensiero strutturalista resta insieme una soglia di massima visibilità e un limite da attraversare. Una generazione di studiosi ha ripreso quel lascito, cercando nelle forme postcoloniali del capitale, nel feticismo, nello sciamanesimo e nelle cosmologie indigene strumenti per riaprire la ricerca.
Tra queste voci, Eduardo Viveiros de Castro ha formulato i concetti di prospettivismo e multinaturalismo. Il suo lavoro collega la tradizione modernista brasiliana, la filosofia contemporanea e le etnologie amerindiane, ponendo una domanda ancora aperta: che cosa significa essere indio? La questione attraversa la storia brasiliana, dalle dittature alle transizioni democratiche, e resta intrecciata a legislazione, deforestazione ed espropriazione delle terre.
La risposta non consiste nel definire un'identità immobile, ma nel riconoscere un divenire: una differenziazione incessante, una posizione capace di spostare il punto di vista. In Metafisiche cannibali, Viveiros de Castro radicalizza questo gesto e propone un'antropologia intesa come teoria e pratica di decolonizzazione permanente del pensiero.
Il libro viene presentato come il commento a un'opera fantasma, concepita inizialmente come omaggio a Deleuze. Al centro resta il debito dell'antropologia verso i popoli che ha studiato. La disciplina è nata dentro il colonialismo e porta con sé eredità esotiste e primitive; tuttavia, ridurre ogni sapere antropologico a un racconto esclusivamente occidentale rischia di riprodurre la stessa centralità che intende criticare.
Il passaggio dalla riflessione sui testi alla ricerca di una relazione più radicale con l'alterità apre un'altra possibilità. I concetti più interessanti dell'antropologia possono nascere dal potere immaginativo delle società e dei collettivi osservati: le teorie accademiche diventano, in questo senso, versioni parziali di conoscenze indigene, non la loro misura definitiva.
Il prospettivismo parte dall'idea che ogni essere costituisca un centro di intenzionalità e percepisca gli altri secondo la propria posizione. Questa impostazione supera la contrapposizione tra relativismo e universalismo e mette in crisi anche la separazione occidentale tra Natura e Cultura. Là dove il multiculturalismo presuppone una sola natura e molte culture, il multinaturalismo immagina un'unità dello spirito attraversata dalla differenza dei corpi.
Prendere sul serio il pensiero indigeno non significa trasformarlo in una nuova verità universale, né ridurlo a opinione o credenza. Significa pensarlo come un possibile capace di moltiplicare il mondo e di attivare trasformazioni. L'antropologia può allora aspirare a uno statuto prospettico, riconoscendo che viene parlata da ciò di cui parla e pensata da ciò che pensa.
In questa transizione, l'immagine dell'antropofagia indica una doppia possessione: chi mangia è anche mangiato, chi si appropria è anche trasformato. Non si tratta dello scambio come semplice equivalenza, ma della circolarità del dono, del furto e della trasformazione reciproca. È qui che antropologia e antropofagia si incontrano: nella possibilità di lasciare che l'alterità modifichi i concetti con cui proviamo a comprenderla.
Testo pubblicato originariamente il 4 febbraio 2012 e conservato nell'archivio di Unu Nomade.