La consegna del momento è “approfondire il modello”: ma esiste davvero un modello condiviso? Le informazioni sono molte e le impressioni divergono. Le convinzioni si formano spesso indipendentemente dalla partecipazione a conflitti concreti, influenzate dal consumo mediatico, dalle abitudini personali e dagli ambienti di prossimità.
Partiamo dal fatto che, dopo la crisi del 2001, si sono ricomposte sia le vie dell'accumulazione sia le forme del governo sociale. È a questa compresenza che viene dato il nome di “modello”. I diversi modi di aderirvi segnano una differenza importante rispetto a ciò che oggi chiamiamo modello neoliberale degli anni Novanta.
Se disponiamo il calendario politico, nel 2001 troviamo l'irruzione di lotte biopolitiche e antineoliberali. Il primo elemento aiuta a comprendere le politicizzazioni dal basso e alcune riforme avviate dall'alto; il secondo permette di leggere la rapida ricomposizione della legittimità dello Stato.
La formazione dell'ultracentro
La nostra impressione è che negli ultimi anni si sia consolidato un “ultracentro”, fortemente centripeto, nato dalla messa in equivalenza di almeno tre componenti: un polo esportatore ed estrattivo capace di generare valuta, un polo fondato su una retorica tecnologico-industriale e un polo organizzato attorno alla dinamica dei diritti sociali e umani.
Il triangolo che ne deriva rende sempre più difficile pensare ciascuna dinamica separatamente. Non sappiamo se la stabilità prodotta da questa struttura, confermata anche sul terreno elettorale, possa durare a lungo nel quadro globale. Restano aperte le conseguenze della riorganizzazione della spesa pubblica, dei sussidi, dell'inflazione e dei conflitti sindacali: potrebbero essere semplici aggiustamenti oppure aprire prospettive diverse.
Non si può escludere che l'ultracentro si rafforzi, sostenendo conflitti interni più intensi e ricomponendosi dall'alto nella gestione della crisi.
Immagini, media e consenso
L'ultracentro possiede anche una notevole potenza simbolica. Le sue immagini chiave sono industria, esportazione, tecnologia, crescita, Stato, inclusione e diritti. Questo vocabolario mostra una grande efficacia politica e consente adesioni differenti, talvolta opposte, a ciascuno dei vertici del triangolo.
Dal versante delle organizzazioni impegnate sui diritti si costruisce una narrazione; il polo tecno-industriale ne produce un'altra; il settore agricolo esportatore aggiunge la propria prospettiva. I conflitti tra questi ambiti non spezzano necessariamente il quadro, ma lo rendono dinamico.
Anche i media fanno parte del dispositivo dell'ultracentro, persino quando la divisione tra mezzi vicini al governo e mezzi di opposizione appare netta. Le dispute sulla comunicazione e sulla regolazione dei media contribuiscono così a definire il terreno del dibattito politico.
A questo si aggiungono i fenomeni di massa, che conferiscono al processo una tonalità festiva e mitica: le celebrazioni del bicentenario, la partecipazione pubblica al commiato per Néstor Kirchner e le elezioni più recenti compongono una sequenza di forte mobilitazione.
Il rovescio dell'inclusione
Ogni luce ha però la propria ombra. Accanto alla mobilitazione emergono uccisioni, proteste locali, conflitti sindacali e occupazioni di terre. In diversi casi, forze di sicurezza e gruppi organizzati in rapporto con autorità pubbliche hanno affrontato giovani dei quartieri popolari, comunità indigene e militanti sociali, provocando vittime.
È il lato nascosto dell'inclusione: la circolazione di microfascismi sociali e la presenza di apparati governativi apertamente reazionari costituiscono la parte più compromettente dell'ultracentro.
L'ultracentro non coincide esattamente con il kirchnerismo. Si può dire, piuttosto, che in quella fase il consenso ultracentrico fosse governato dalla presidenza di Cristina Fernández de Kirchner. I suoi effetti politici attraversavano il peronismo, una parte della destra affermatasi a Buenos Aires e una quota del centrosinistra.
Un episodio di violenza contro militanti contadini nel nord dell'Argentina, insieme ai casi di abuso delle forze di sicurezza, ai conflitti con comunità indigene e alle controversie sulle occupazioni di terre, rendeva visibile chi restava fuori da quel consenso.
Pratiche oltre il centro
La domanda non è soltanto come rompere il triangolo, soprattutto perché non è chiaro cosa significhi farlo né chi potrebbe riuscirci. È piuttosto necessario chiedersi quali pratiche producano soggettività non centriste.
L'ultracentro è insieme iperpolitico e fortemente depoliticizzante. La sua capacità di governo dipende dall'intensità politica che incorpora; ma la politica viene resa interna alla struttura della governabilità. In questa fase, tale depotenziamento appare particolarmente evidente nei movimenti.
Nota editoriale. Questo testo è conservato come documento d'archivio del 2011. Le categorie, i riferimenti istituzionali e la lettura della situazione appartengono al contesto storico in cui è stato scritto.