Nel suo Offshore. Paradisi fiscali e sovranità criminale, Alain Deneault propone di ripensare alcune categorie della politica moderna — Stato di diritto, sovranità, giustizia, legge e crimine — a partire dal funzionamento mondiale dei paradisi fiscali.
La tesi centrale è che l'offshore non rappresenti un semplice altrove della finanza, né un'economia parallela e marginale. I centri offshore partecipano invece ai processi ordinari di accumulazione del capitale e del potere: custodiscono e fanno circolare risorse di imprese, banche, fondi d'investimento e soggetti criminali, con effetti che ricadono sulle istituzioni pubbliche.
Questa prospettiva modifica anche il modo di leggere il rapporto tra capitale e Stato. Le giurisdizioni fiscali agevolate non si limitano a ridurre i costi o a favorire l'elusione: contribuiscono a organizzare decisioni economiche e politiche sottratte al controllo pubblico, mentre la nozione di bene comune viene ridefinita dall'interesse dei soggetti più forti.
La sovranità oltre il territorio
Secondo Deneault, l'espansione del capitale offshore produce un trasferimento di sovranità. Decisioni capaci di incidere sulla vita collettiva vengono assunte attraverso reti finanziarie extraterritoriali e poi presentate come effetti inevitabili dei mercati o della governance.
La crisi del debito sovrano europeo, già visibile al momento della pubblicazione del volume, rende leggibile questa dinamica: la pressione dei mercati sui paesi più esposti si traduce in scelte di austerità e in una riduzione dello spazio della decisione democratica. Il problema non riguarda quindi soltanto la frode fiscale, ma la distribuzione del potere di stabilire priorità, rischi e responsabilità.
La ricerca sul mondo offshore sposta così la lotta politica oltre i confini della rappresentanza nazionale. Comprendere la finanza extraterritoriale significa seguire la composizione geopolitica del capitale e interrogare le forme attraverso cui le decisioni economiche diventano vincoli collettivi.
Testo originariamente pubblicato su il manifesto, 19 aprile 2011. La presente versione è una rielaborazione editoriale per l'archivio.