Capitalismo cognitivo e capitalismo mafioso sono presentati come processi strettamente intrecciati nella globalizzazione produttiva e finanziaria. Per comprendere il loro rapporto occorre chiarire il significato dei due concetti.

Con capitalismo cognitivo si indica una fase storica nella quale il lavoro intellettuale e immateriale assume un ruolo strategico nella creazione di valore e nella competizione fondata sull'innovazione. Il controllo economico e biopolitico delle condizioni collettive di produzione della conoscenza diventa così un terreno centrale della valorizzazione del capitale e della trasformazione del sapere in merce.

Da questa dinamica derivano almeno due conseguenze. Da un lato, la crescita del capitale immateriale e intellettuale favorisce la finanziarizzazione: il suo valore, legato ad aspettative sui profitti futuri, viene definito dai mercati finanziari e si traduce in rendita. Dall'altro, aumenta la pressione per rafforzare la proprietà intellettuale e subordinare alla logica mercantile istituzioni pubbliche come ricerca, istruzione e sanità, cioè alcune delle infrastrutture essenziali di un'economia della conoscenza.

Il capitalismo cognitivo non cancella la produttività materiale. La riorganizza attraverso la globalizzazione, la pressione sulle risorse naturali e una nuova divisione internazionale del lavoro. I paesi più ricchi tendono a trattenere i vantaggi della proprietà intellettuale e delle produzioni ad alta intensità di conoscenza, mentre molte altre aree vengono confinate nella produzione standardizzata e nell'approvvigionamento di materie prime.

Una nozione strutturale di capitalismo mafioso

Su questo terreno, le politiche di privatizzazione e la deregolamentazione possono produrre una redistribuzione profonda dei diritti di proprietà. Le forme mafiose di accumulazione non vanno quindi considerate soltanto come attività criminali finalizzate al consumo. Il concetto indica piuttosto modalità di circolazione del denaro orientate all'accumulazione del capitale.

In questa prospettiva, il capitalismo mafioso comprende attività che possono operare anche nell'economia formale, ma ricorrono a strumenti coercitivi e corruttivi per regolare i rapporti di lavoro, la concorrenza e l'accesso alle risorse. Il tratto decisivo è l'interpenetrazione organizzata tra economia formale e informale, attività lecite e illecite, legalità e illegalità.

Questa forma di accumulazione trova un terreno privilegiato nei beni comuni e nei processi di privatizzazione. La gestione dei servizi pubblici, le grandi opere e la trasformazione di risorse collettive in occasioni di profitto possono diventare luoghi d'incontro tra rendita finanziaria, potere politico e pratiche di espropriazione.

Finanza, conoscenza e beni comuni

La relazione tra capitale cognitivo e capitale mafioso diventa particolarmente opaca nei mercati finanziari. Attraverso trasferimenti, investimenti e passaggi tra settori diversi, forme di capitale provenienti da circuiti illegali possono contribuire alla crescita di imprese dell'immateriale e dell'audiovisivo, mentre imprese formalmente legali possono adottare strumenti coercitivi per consolidare posizioni di mercato.

La tesi conclusiva dell'articolo è che queste connessioni non siano semplici anomalie esterne al capitalismo contemporaneo. Esse vanno comprese come elementi possibili dei suoi meccanismi di accumulazione, insieme alla rendita finanziaria, alla privatizzazione della conoscenza e alla trasformazione dei beni comuni.