Tra il 2 e il 3 dicembre 2011, a Caracas, si riunirono i rappresentanti di 33 paesi latinoamericani e caraibici per la prima Cumbre della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, CELAC. Cuba partecipò, mentre Stati Uniti e Canada rimasero esclusi. La nuova organizzazione nasceva dall'esperienza del Gruppo di Río e dei vertici regionali avviati negli anni precedenti, con l'ambizione di costruire uno spazio di autonomia politica rispetto agli organismi continentali sottoposti all'influenza statunitense.
La CELAC si inseriva così nel tentativo di dare forma a un ordine multipolare, sostenuto dai governi progressisti emersi nella regione dall'inizio del nuovo secolo. Il suo rapporto con l'UNASUR, promossa soprattutto dal Brasile come strumento d'integrazione sudamericana, restava da definire. Più che una sostituzione immediata, le due istituzioni rappresentavano percorsi concorrenti e sovrapposti di cooperazione regionale.
Il precedente decisivo era stato il fallimento del progetto dell'Area di Libero Commercio delle Americhe alla IV Cumbre de las Américas, tenutasi a Mar del Plata nel 2005. L'impossibilità di imporre quell'accordo mostrò che gli equilibri continentali stavano cambiando: una parte crescente dei governi latinoamericani rifiutava un'integrazione fondata soltanto sulla liberalizzazione commerciale, sulle privatizzazioni e sull'apertura dei mercati alle grandi imprese transnazionali.
In questo quadro, la CELAC appariva come il superamento simbolico della vecchia dottrina Monroe. La sua promessa era una cooperazione definita dagli stessi paesi della regione, capace di riconoscere la pluralità delle culture e delle lingue e di dare spazio alle rivendicazioni indigene, alla difesa della terra e alle esperienze di resistenza maturate nei cicli di mobilitazione precedenti.
Il progetto, tuttavia, portava con sé una contraddizione centrale. L'enorme potenziale economico e ambientale dell'America Latina veniva presentato come base per uno sviluppo interno e condiviso, ma la sua valorizzazione continuava a dipendere dall'esportazione di materie prime, dall'attrazione di capitali e dalla capacità degli Stati di redistribuire una parte delle rendite. La crescita non coincideva automaticamente con l'emancipazione sociale.
La teoria della dipendenza nell'epoca dell'Impero
La CEPAL aveva individuato nello Stato e nelle borghesie nazionali i soggetti incaricati di superare la posizione subordinata dell'America Latina nel mercato mondiale. Il deterioramento dei termini di scambio — la relazione sfavorevole tra prezzi delle materie prime esportate e prezzi dei manufatti importati — sembrava riprodurre una divisione stabile tra centro e periferia.
La risposta proposta era l'industrializzazione per sostituzione delle importazioni. Lo Stato avrebbe dovuto guidare la trasformazione produttiva, proteggere i mercati interni e sostenere la formazione di un capitalismo nazionale. La crisi di questo schema, insieme all'indebitamento estero, alla penetrazione del capitale internazionale e alle trasformazioni del mercato mondiale, contribuì alla nascita della teoria della dipendenza.
Nel suo impianto classico, il dependentismo interpretava il capitalismo globale come un sistema nel quale il centro estraeva valore dalla periferia attraverso commercio, investimenti e controllo tecnologico. Il sottosviluppo non era visto come una fase iniziale dello sviluppo, ma come il risultato di rapporti internazionali che impedivano ai paesi dipendenti di costruire una dinamica autonoma.
Questa impostazione tendeva però a leggere la società latinoamericana soprattutto dall'esterno. Le contraddizioni interne, i conflitti tra classi, le gerarchie patriarcali e le forme di sfruttamento proprie dei diversi capitalismi nazionali rischiavano di essere subordinate alla sola opposizione tra imperialismo e sovranità nazionale.
Tra gli anni Settanta e Ottanta, la crisi dei precedenti equilibri economici mise in discussione il dependentismo. La ristrutturazione produttiva, l'espansione della finanza, la mobilità delle imprese e la trasformazione delle relazioni di lavoro rendevano più difficile definire un centro separato da una periferia completamente esterna al sistema.
Il ritorno dello sviluppismo
Da questa crisi riemergeva l'idea dello sviluppismo: lo Stato come motore della crescita, l'industrializzazione come via alla cittadinanza sociale e il controllo delle risorse naturali come condizione della sovranità. Questa prospettiva poteva sostenere politiche redistributive e ampliare gli spazi di intervento pubblico, ma conservava una fiducia eccessiva nella crescita economica e nella centralità del lavoro industriale salariato.
Le trasformazioni del capitalismo globale rendevano quella fiducia problematica. La produzione si distribuiva su reti transnazionali, le attività finanziarie acquistavano peso, le imprese si spostavano rapidamente e il lavoro assumeva forme sempre più mobili e precarie. Lo Stato nazionale continuava a essere un luogo decisivo del conflitto, ma non disponeva più degli stessi strumenti per governare l'accumulazione e garantire protezione sociale.
Una tensione analoga emergeva nel dibattito sull'estrattivismo. L'espansione della miniere, della soia e delle altre produzioni destinate all'esportazione poteva alimentare i bilanci pubblici e finanziare programmi sociali, ma al tempo stesso trasformava acqua, territori e foreste in fonti di rendita. Le comunità che vivevano in quei territori sostenevano costi ambientali e sociali spesso esclusi dai calcoli della crescita.
La questione non era soltanto scegliere tra proprietà pubblica e proprietà privata. Occorreva interrogare le nuove forme di appropriazione del comune: i saperi, le relazioni, le informazioni e la cooperazione sociale impiegati nella produzione. La finanziarizzazione tendeva a trasformare anche questi elementi in risorse scarse, protette da brevetti, copyright e forme di privatizzazione dei servizi.
Autonomia, integrazione e conflitto
La CELAC poteva quindi essere letta in due modi. Da un lato, come tentativo necessario di costruire un'autonomia politica regionale e di sottrarre le decisioni latinoamericane a una tutela esterna. Dall'altro, come progetto esposto al rischio di riprodurre una politica statalista e sviluppista incapace di affrontare la dimensione globale dell'attuale sfruttamento.
La sua produttività politica sarebbe dipesa dal rapporto con i movimenti, con le organizzazioni territoriali e con le pratiche sociali che contestavano tanto l'intervento esterno quanto le forme interne di espropriazione. L'integrazione non avrebbe potuto limitarsi a coordinare governi: avrebbe dovuto misurarsi con la distribuzione della ricchezza, con la precarietà, con la crisi ecologica e con il diritto delle comunità a decidere sui propri territori.
Il nodo rimaneva dunque aperto. L'autonomia regionale poteva diventare uno strumento di trasformazione soltanto se capace di oltrepassare il semplice rafforzamento degli Stati e di riconoscere la cooperazione sociale come fonte di ricchezza e potere. Senza questo passaggio, il nuovo organismo avrebbe rischiato di amministrare la crescita senza modificare i rapporti che producevano dipendenza e disuguaglianza.