Parlare dell'autonomia delle migrazioni significa considerare la migrazione come un movimento sociale, non come una semplice risposta a difficoltà economiche o sociali. Questa prospettiva invita a cambiare sguardo: mette al centro pratiche, desideri, aspettative e comportamenti delle persone migranti, senza idealizzarli e mantenendo visibili le ambivalenze che li attraversano.
Le migrazioni si formano dentro strutture economiche, culturali e politiche, ma non sono completamente determinate da esse. Nel loro movimento prendono forma nuovi dispositivi di sfruttamento e dominio, insieme a pratiche di libertà, uguaglianza e organizzazione. L'irregolarità appare così non soltanto come esclusione prodotta dallo Stato e dal diritto, ma come un processo conflittuale nel quale i movimenti migratori costituiscono un fattore attivo.
Una prospettiva situata
Il saggio nasce da esperienze di ricerca politica sviluppate principalmente nel contesto europeo. L'Europa non è uno spazio omogeneo: le storie migratorie di Italia, Germania e Regno Unito sono differenti, e ogni confronto richiede attenzione alle specificità locali. La prospettiva proposta non pretende quindi di essere applicata senza modifiche a scala globale.
Considerare anche altre storie, comprese quelle delle migrazioni tra paesi del Sud globale, serve a decentrare l'analisi. L'obiettivo è evitare sia una lettura puramente economica, centrata sullo sfruttamento, sia una rappresentazione idealizzata dell'agency e dell'ibridazione. Mobilità e agency possono infatti convivere con gerarchie, alienazione e mercificazione.
Migrazione, capitalismo e controllo della mobilità
La storia del capitalismo è segnata dalla tensione tra le pratiche soggettive della mobilità del lavoro e il tentativo del capitale di governarle attraverso lo Stato. Le lotte per la mobilità attraversano la storia moderna: il controllo non elimina il movimento, ma cerca di valorizzarlo, contenerlo e renderlo funzionale all'accumulazione.
La migrazione è quindi un campo privilegiato per comprendere il capitalismo. I regimi migratori mostrano come il lavoro venga sottoposto a forme diverse di controllo e come la flessibilità, la precarietà e la mobilità siano distribuite in modo diseguale. L'irregolarità costituisce una posizione estrema di un continuum che coinvolge l'intero spettro delle condizioni migratorie.
Dopo la fine dei programmi dei lavoratori ospiti nell'Europa occidentale, la mobilità non si è arrestata. Ricongiungimenti familiari, richieste d'asilo, lavoro informale e percorsi autonomi hanno continuato a produrre spazi sociali transnazionali. Le politiche di controllo hanno così contribuito a costruire una forza lavoro mobile, flessibile e spesso privata di protezioni.
Una nuova economia delle migrazioni
Le teorie contemporanee hanno corretto l'immagine del migrante come individuo isolato e razionale, riconoscendo il ruolo di famiglie, reti e comunità. Questi strumenti aiutano a comprendere la dimensione sociale della mobilità, ma possono diventare limitanti quando interpretano ogni percorso come integrazione progressiva nella società di arrivo.
Il concetto di integrazione rischia di osservare le persone migranti soltanto attraverso il codice e i problemi della società nazionale che le riceve. In questo modo scompare la tensione tra una politica della migrazione e una politica del controllo. Le lotte dei migranti, invece, mostrano che la cittadinanza non è soltanto uno status giuridico: è anche una pratica che modifica il quadro istituzionale.
Gestire la migrazione, produrre irregolarità
I regimi migratori riguardano il controllo delle frontiere, la distinzione tra cittadini e stranieri e la decisione su chi può entrare e restare. Il governo globale della migrazione non è un'amministrazione unitaria, ma una formazione frammentaria di saperi, tecniche, standard e procedure che circolano tra Stati e istituzioni.
Le frontiere sono oggi luoghi mobili e differenziati. Non separano semplicemente un interno da un esterno: filtrano, selezionano e distribuiscono diritti, rischi e possibilità. L'irregolarità viene prodotta come condizione di inclusione subordinata; il lavoro può essere utilizzato economicamente mentre la persona viene esclusa dalla piena appartenenza politica.
Per questo il fine dei regimi migratori non è sempre la chiusura ermetica. Più spesso consiste nella stabilizzazione di forme di inclusione differenziale, capaci di misurare e sfruttare l'eccedenza della mobilità. L'irregolarità è al tempo stesso un prodotto del controllo e una posta in gioco delle lotte.
Famiglie, reti e soggettività
Le tensioni delle frontiere attraversano l'intero percorso migratorio. Le reti familiari e comunitarie possono sostenere la mobilità, ma non devono essere trasformate in un'immagine fissa del soggetto migrante. Le persone in movimento ridefiniscono appartenenze, ruoli e relazioni; sono soggetti in transizione, senza che la transizione implichi un esito prestabilito.
La femminilizzazione delle migrazioni rende visibili queste ambivalenze. La fuga da rapporti patriarcali può intrecciarsi con la riproduzione di gerarchie di classe e di genere nei lavori domestici e di cura. Anche le migrazioni interne, come quelle legate alla trasformazione industriale cinese, mostrano come la mobilità possa mettere in discussione famiglie, divisioni territoriali e rapporti tra Stato e società.
Oltre i limiti dell'immaginazione politica
Le lotte migranti pongono una domanda sulla comunità politica. Chi è costruito come privo di parte può rendere visibile il carattere contingente dell'ordine esistente e rivendicare diritti attraverso pratiche collettive. Manifestazioni, scioperi, campagne e forme quotidiane di solidarietà possono esercitare diritti prima ancora del loro riconoscimento giuridico.
Questa dimensione non va confusa con l'idea che le persone migranti costituiscano un'avanguardia omogenea. Il punto è riconoscere la loro collocazione dentro il lavoro vivo e la cooperazione sociale, così come le differenze di classe, genere e razzializzazione che attraversano ogni esperienza migratoria.
Conclusione
L'autonomia delle migrazioni mette in relazione mobilità, controllo, lavoro e cittadinanza. L'irregolarità è una condizione ambivalente: espone a precarietà e dominio, ma diventa anche un terreno di conflitto e organizzazione. Analizzarla significa osservare le trasformazioni del capitalismo dal punto di vista della soggettività e delle pratiche di chi lo attraversa.
La ricerca su questi temi richiede un progetto collettivo e di lungo periodo, capace di seguire la composizione eterogenea del lavoro contemporaneo. In questo quadro, l'irregolarità resta una posta strategica per comprendere e reinventare le condizioni comuni della cooperazione sociale.
Versione editoriale d'archivio: il testo è stato riformulato in forma sintetica e contestualizzata per la consultazione contemporanea. La bibliografia originale comprende studi su migrazioni, cittadinanza, lavoro, confini e capitalismo.